- ITALIANO Approfondimento delle letture della liturgia
- ENGLISH In-depth study of the liturgy readings
- ESPAÑOL Profundización de las lecturas de la liturgia
- SLOVENŠČINA Poglobitev Božje besede
- HRVATSKI Produbljivanje liturgijskih čitanja
- POLSKI Pogłębienie czytań liturgicznych
![[SEMI] III DOMENICA DI PASQUA (ANNO A) 2 [SEMI] III DOMENICA DI PASQUA (ANNO A) 2](https://www.edizionilipa.com/wp-content/uploads/2026/04/260-052-2023-Chiesa-Maria-Regina-Mundi-Bologna-Italia-Via-Lucis-5-Stazione-Gesu-si-manifesta-a-Emmaus-allo-spezzare-del-pane-400x400.jpg)
I due discepoli in cammino verso Emmaus “conversavano tra loro di tutto quello che era accaduto” (Lc 24,14).
Questa immagine ha una dimensione universale. Chi non si ritrova in questa immagine? È comune a tutti ritrovarsi a parlare con qualcuno di ciò che è successo e di ciò che sta succedendo. A volte si parla di ciò che accade negli ambienti della vita personale, dove ciascuno si muove, lavora, vive, riposa, si rilassa, festeggia ecc. Altre volte si parla di ciò che succede nel mondo più vasto, fino a confrontarsi su questioni di guerre, crisi economiche, politiche, terremoti, come anche sugli eventi culturali o artistici.
Ed è anche interessante non solo il contenuto di cui si parla, ma anche il modo in cui ne parliamo. Si parla commentando e cercando di capire ciò che è successo o che sta succedendo. Alcuni molto preparati, e dotati comunque di una intelligenza più acuta, riescono a spiegare in modo assai convincente le dinamiche degli eventi in questione. Ma può accadere che trovino anche altri in grado di offrire delle interpretazioni assai precise, ma totalmente diverse dalle loro. Così, non di rado nascono discussioni ardenti. Eppure, alla fine, a che cosa si arriva? Spesso a nulla. Ma già il fatto di parlarne e discuterne, coinvolgendo diverse conoscenze, opinioni, vedute, esperienze, è eccitante e fa assaporare il gusto di essere in grado di sapere qualcosa di cosa sta accadendo.
Ma anche se, attraverso varie discussioni, riesco ad intravedere le dinamiche sottese agli eventi a diversi livelli ‒ politico, sociale, culturale, economico, psichico ecc. ‒, che cosa comporta veramente questo sapere? Tutto rimane comunque assai relativo. Proprio i discorsi dei due discepoli evidenziano che si tratta di una realtà che rimane assoluta e dunque relativizza tutto ciò che si riesce a capire, cioè la morte.
Come spiega molto bene Massimo il Confessore, il male si manifesta mutando nell’uomo la direzione dello sguardo e dell’intelligenza: cioè, pensiamo sempre a partire da noi e, da qui, guardando in avanti o indietro, in su o in giù. Ma comunque partiamo sempre da noi, da quello che io penso, da quello che io sento, e sull’ultimo orizzonte del pensiero si trova la morte. Anche quando non la vogliamo vedere, rimane comunque una zona nera, grigia. Oltre la morte si va soltanto con l’idealismo o con l’immaginazione, spesso collocando proprio lì, lontano, Dio. Perciò l’uomo, da solo, non è in grado di leggere ciò che accade. Per tale ragione, spesso si soffre molto, ad esempio nelle famiglie, a motivo della lettura degli eventi che viene fatta e che diventa causa di litigi, scontri, offese. Lo stesso accade, di frequente, anche nell’ambito del lavoro. Per non parlare poi quando si tocca l’ambito della nazionalità, dell’etnia, della religione, ecc.
Cristo stesso dice: “Sapete dunque interpretare l’aspetto del cielo e non siete capaci di interpretare i segni dei tempi?” (Mt 16,3).
Proprio a causa di quello che è il destino della propria natura, che è la morte, l’uomo non è in grado da solo di interpretare gli eventi della storia nel momento in cui accadono, né tantomeno di leggere il passato. Forse può capire qualcosa di più, ma di fatto non impara niente per la vita. Questo infatti è un ritornello perenne: Non avete imparato niente dalla storia!
Nell’Antico Testamento, già nella Genesi troviamo la figura di Giuseppe, figlio di Giacobbe, il quale fin da giovane comincia a parlare in modo profetico, suscitando enorme invidia e gelosia nei suoi fratelli. Proprio per questo viene colpito e totalmente sommerso dall’ingiustizia subita da parte loro, arrivando a soffrire profondamente a causa della cattiveria dei suoi fratelli. Ma in Egitto la sua vita cambia radicalmente, esattamente a motivo del dono che aveva di interpretare e spiegare i sogni. Tuttavia, quando Giuseppe viene dalla prigione ‒ dove era finito come punizione per il bene compiuto ‒ e incontra il faraone, il quale lo aveva fatto chiamare per ascoltare da lui la spiegazione del sogno che aveva avuto, Giuseppe gli dice: “Non io, ma Dio darà la risposta per la salute del faraone” (Gen 41,16).
Anche Daniele evidenzia la stessa verità. “Daniele, davanti al re, rispose: «Il mistero di cui il re chiede la spiegazione non può essere spiegato né da saggi né da indovini, né da maghi né da astrologi; ma c’è un Dio nel cielo che svela i misteri»” (Dn 2,27-28).
Solo Dio ha la visione vera di ciò che accade nella storia, perciò la sua parola rivolta all’uomo, al popolo dell’alleanza, è continuamente indirizzata alla vita, a ciò che succederà. Ma Dio è Padre e contempla tutto nel compimento dell’umanità del suo Figlio, già prima di creare, a maggior ragione, negli eventi della storia. Il Padre contempla tutto nel compimento del suo Figlio, che si è fatto uomo ed è stato crocifisso e sepolto e che Egli stesso ha risuscitato, facendolo sedere alla sua destra nel regno (cf Ef 1,20). Non però da solo, ma con quelli che hanno accolto la sua salvezza (cf Ef 2,6).
Il senso della storia ‒ come Berdjaev mette magistralmente in evidenza ‒ è Gesù Cristo. Cristo, in quanto Dio e in quanto vero uomo, si è fatto partecipe in tutto e per tutto di ciò che appartiene all’uomo, come leggiamo nella Lettera agli Ebrei (cf Eb 2,14.17; 4,15). Pertanto, egli vive nella propria carne le dinamiche della storia, anche quelle più dolorose, più sofferte, ingiuste nella maniera più assoluta. Allora per avere un chiaro discernimento di ciò che accade, questo va letto nell’unità di Dio Padre e del suo Figlio, vero uomo, di cui noi battezzati costituiamo il corpo.
I due discepoli discutevano proprio dell’evento più tragico: l’uccisione di Cristo. Cristo si avvicina e cammina con loro, cominciando anche lui a fare una lettura di ciò che è accaduto. Ma Cristo è la Parola, realizzata nella sua umanità, nella sua carne, e per questo dice cose che i discepoli non possono neanche cogliere. Tuttavia iniziano ad avvertire dentro qualcosa che scalda il loro cuore ‒ non dimentichiamo che il calore è la fonte della luce e la luce è la comunione (cf 1Gv 1,5-7).
È esattamente questo che li muove ad accogliere Cristo, ad invitarlo a fermarsi con loro perché sta scendendo la notte. Quando Cristo spezza il pane, che loro gli hanno offerto, essi lo riconoscono, non dall’esterno, ma dal di dentro del suo corpo, quel corpo del quale ora si sentono parte proprio attraverso quel calore avvertito nel cuore. Infatti, a chi lo accoglie, viene dato il potere di diventare figli di Dio Padre (cf Gv 1,12).
In tal modo si sono trovati dentro la sua memoria: “Fate questo in memoria di me” (Lc 22,19; cf 1Cor 11,24). Un unico pane, un unico corpo (cf 1Cor 10,17).
Entrando nella relazione con il Risorto, i due discepoli scoprono la propria verità, che è la novità della vita-zōē, la vita che non tramonta. Bisogna rimanere nel corpo, con lui nella morte, per sperimentare che l’agapē fa vivere la morte come un parto alla vita da figli.
Perciò i due discepoli ritornano di corsa a Gerusalemme, verso i fratelli e le sorelle, per vivere la comunione, la luce, e aspettare lo Spirito Santo che è la memoria di tutto ciò che è Cristo (cf Gv 14, 26) e che riempirà i loro cuori con l’agapē (cf Rm 5,5), per poter vivere la propria realtà secondo la vita di Cristo e con il suo modo.
In tal modo avranno gli occhi orientati nella giusta direzione e, con la mente di Cristo (cf 1Cor 2,16) morto e risorto, leggeranno in Cristo le cose che accadono. In questa luce conosceranno che tutto ciò che è legato alla morte, alla sofferenza, al male che gli altri ti buttano addosso, se è vissuto al modo di Cristo e con Cristo in noi, diventa la via regale per realizzare la vita umana secondo l’amore del Padre.
Perciò corrono senza paura a Gerusalemme anche se, proprio a Gerusalemme, potrebbe loro accadere ciò che è accaduto a Cristo, dal momento che sono il suo corpo. Ma ormai non hanno più paura per loro stessi, perché vivono la vita dopo la morte, insieme a Cristo.
SEMI è la rubrica del Centro Aletti disponibile ogni mercoledì.
Ogni settimana, oltre all’omelia della domenica in formato audio, sarà disponibile sul sito LIPA un approfondimento delle letture della liturgia eucaristica domenicale o festiva.
On the way to Emmaus, the two disciples “were conversing about all the things that had occurred.” (Lk 24:14).
This scene has a universal dimension. Who doesn’t find themselves in this scene? It’s common for everyone to talk with someone about what has happened and what is happening. Sometimes we talk about what happens in the settings of our personal lives, where each of us moves, works, lives, rests, relaxes, celebrates, and so on. At other times, we talk about what is happening in the wider world, even discussing issues like wars, economic and political crises, earthquakes, as well as cultural or artistic events.
What is also interesting is not just the content we discuss, but also the way we talk about it. We discuss it by commenting on it and trying to understand what has happened or is happening. Some people, who are very knowledgeable and possess a sharper intellect, manage to explain the dynamics of the events in question in a highly convincing manner. But it can also happen that they encounter others capable of offering interpretations that are just as precise, yet completely different from their own. As a result, heated discussions often arise. Yet, in the end, what do we achieve? Often, nothing. But the very act of talking about it and discussing it, bringing together different knowledge, opinions, perspectives, and experiences, is exciting and gives us a taste of the satisfaction of being able to understand something of what is happening.
But even if, through various discussions, I can gain some insight into the dynamics underlying events at different levels—political, social, cultural, economic, psychological, and so on—what does this knowledge really entail? In any case, everything remains highly relative. Indeed, the conversations between the two disciples underscore that there is one reality that remains absolute and therefore puts into perspective everything else that can be understood: death.
As St. Maximus the Confessor explains very well, evil manifests itself by altering the direction of our human gaze and understanding: that is, we always think starting from ourselves and, from there, looking forward or backward, upward or downward. But in any case, we always start from ourselves, from what I think, from what I feel. And on the ultimate horizon of thought lies death. Even when we do not want to see it, it still remains a black, gray zone. We can only go beyond death through idealism or imagination, often placing God in that “beyond,” far away. For that reason, we human beings, on our own, are unable to interpret what is happening. For this reason, people often suffer greatly, for example in families, due to the way events are interpreted, which then becomes the cause of arguments, conflicts, and hurt feelings. The same thing frequently happens in the workplace as well. Not to mention when it comes to issues of nationality, ethnicity, religion, and so on.
Christ himself says: “You know how to judge the appearance of the sky, but you cannot judge the signs of the times” (Mt 16:3).
Precisely because of the inevitable fate of human nature—which is death—human beings are incapable, on their own, of interpreting historical events as they unfold, much less of understanding the past. Perhaps they can understand a little more, but in reality, they learn nothing for life. This, in fact, is a never-ending refrain: “You haven’t learned anything from history!”
In the Old Testament, as early as Genesis, we encounter the figure of Joseph, son of Jacob, who from a young age began to speak in a prophetic manner, arousing great envy and jealousy in his brothers. Precisely for this reason, he was struck and completely overwhelmed by the injustice they inflicted upon him, coming to suffer deeply because of his brothers’ wickedness. But in Egypt, his life changes radically, precisely because of his gift for interpreting and explaining dreams. However, when Joseph comes out of prison—where he had ended up as punishment for the good he had done—and meets Pharaoh, who had summoned him to hear his explanation of the dream he had had, Joseph tells him: “It is not I, but God who will give Pharaoh a favorable answer” (Gn 41:16).
Daniel also points out the same truth. “ Daniel answered the king, ‘No wise men, enchanters, magicians, or diviners can show to the king the mystery that the king is asking, but there is a God in heaven who reveals mysteries” (Dn 2:27–28).
Only God has the true vision of what happens in history; therefore, His word addressed to humankind, to the people of the covenant, is constantly directed toward life and toward what is to come. But God is Father, and He contemplates everything in the fulfillment of His Son’s humanity—even before creation, and all the more so in the events of history. The Father contemplates everything in the fulfillment of his Son, who became man, was crucified and buried, and whom He Himself raised from the dead, seating Him at His right hand in the heavenly kingdom (cf. Eph 1:20). Not, however, alone, but with those who have accepted his salvation (cf. Eph 2:6).
The meaning of history—as Berdyaev masterfully points out—is Jesus Christ. Christ, as God and as true man, has fully and completely shared in everything that pertains to humanity, as we read in the Letter to the Hebrews (Heb 2:14, 17; 4:15). Therefore, he experiences in his own flesh the dynamics of history, even the most painful, the most agonizing, and the most utterly unjust. So to gain a clear understanding of what is happening, this “what is happening” must be read within the unity of God the Father and his Son, true man – whose Body we, the baptized, are.
The two disciples were discussing the most tragic event of all: the killing of Christ. Christ approaches and walks with them, offering his own interpretation of what had happened. But Christ is the Word, made flesh in his humanity, and for this reason he says things the disciples cannot even grasp. Yet they begin to feel something within them that warms their hearts—let us not forget that warmth is the source of light, and light is communion (cf. 1 Jn 1:5-7).
This is precisely what moves them to welcome Christ, to invite Him to stay with them because night is falling. When Christ breaks the bread they have offered Him, they recognize Him, not from the outside, but from within His body, that body of which they feel themselves to be a part precisely through the warmth they feel in their hearts. Indeed, to those who welcome him, the power is given to become children of God the Father (Jn 1:12).
In this way, they found themselves within his memory: “Do this in memory of me” (Lk 22:19; cf. 1 Cor 11:24). One bread, one body (cf. 1 Cor 10:17).
By entering into a relationship with the Risen One, the two disciples discover their own truth, which is the newness of life—zōē, the life that never ends. One must remain in the body, with him in death, to experience that agapē makes death a birth into life as children.
Therefore, the two disciples hurry back to Jerusalem, to their brothers and sisters, to experience communion, to experience the light, and to await the Holy Spirit, who is the memory of all that Christ is (Jn 14:26) and who will fill their hearts with agapē (cf. Rom 5:5), so that they may live their own reality according to the life of Christ and in His way.
In this way, their eyes will be turned in the right direction, and, with the mind of Christ (cf. 1 Cor 2:16) —who died and rose again—they will interpret in Christ the things that happen. In this light, they will know that everything connected to death, suffering, and the evil others inflict upon us—if lived in the manner of Christ and with Christ within us—becomes the royal path to fulfilling human life according to the Father’s love.
Therefore, they run fearlessly to Jerusalem even though, in Jerusalem itself, what happened to Christ might happen to them, since they are his Body. But now they no longer fear for themselves, because they live the life after death, together with Christ.
SEEDS, the Aletti Centre’s column, is available every Wednesday.
Every week, in addition to the Sunday homily in audio format, an in-depth study of the readings from the Sunday or festive Eucharistic liturgy will be available on the LIPA website.
Los dos discípulos que se dirigían a Emaús «conversaban entre ellos sobre todo lo que había sucedido» (Lc 24,14).
Esta imagen tiene una dimensión universal. ¿Quién no se reconoce en ella? Es común a todos encontrarse hablando con alguien de lo que ha sucedido y de lo que está sucediendo. A veces se habla de lo que ocurre en los ámbitos de la vida personal, donde cada uno se mueve, trabaja, vive, descansa, se relaja, celebra, etc. Otras veces se habla de lo que ocurre en el mundo más amplio, hasta llegar a debatir sobre cuestiones de guerras, crisis económicas, políticas, terremotos, así como sobre acontecimientos culturales o artísticos.
Y resulta interesante no solo el contenido del que se habla, sino también la forma en que lo hacemos. Se habla comentando y tratando de comprender lo que ha pasado o lo que está pasando. Algunas personas muy preparadas, y dotadas además de una inteligencia más aguda, logran explicar de manera muy convincente las dinámicas de los acontecimientos en cuestión. Pero puede ocurrir que se encuentren con otras personas capaces de ofrecer interpretaciones muy precisas, pero totalmente diferentes a las suyas. Así, no es raro que surjan acaloradas discusiones. Sin embargo, al final, ¿a qué se llega? A menudo a nada. Pero el mero hecho de hablar y debatir sobre ello, involucrando diferentes conocimientos, opiniones, puntos de vista y experiencias, es emocionante y permite saborear la satisfacción de ser capaz de saber algo de lo que está sucediendo.
Pero aunque, a través de diversas reflexiones, logre vislumbrar las dinámicas subyacentes a los acontecimientos en distintos niveles —político, social, cultural, económico, psíquico, etc.—, ¿qué implica realmente este conocimiento? Todo sigue siendo, en cualquier caso, muy relativo. Precisamente las palabras de los dos discípulos ponen de manifiesto que se trata de una realidad que sigue siendo absoluta y que, por lo tanto, relativiza todo lo que se llega a comprender, es decir, la muerte.
Como explica muy bien Massimo el Confesor, el mal se manifiesta cambiando en el hombre la dirección de la mirada y de la inteligencia: es decir, siempre pensamos partiendo de nosotros mismos y, desde ahí, mirando hacia adelante o hacia atrás, hacia arriba o hacia abajo. Pero, en cualquier caso, siempre partimos de nosotros mismos, de lo que yo pienso, de lo que yo siento, y en el último horizonte del pensamiento se encuentra la muerte. Incluso cuando no queremos verla, sigue siendo una zona oscura, gris. Más allá de la muerte solo se llega con el idealismo o con la imaginación, a menudo situando precisamente allí, lejos, a Dios. Por eso el hombre, por sí solo, no es capaz de leer lo que ocurre. Por eso, a menudo se sufre mucho, por ejemplo en las familias, debido a la interpretación que se hace de los acontecimientos, lo que se convierte en motivo de disputas, enfrentamientos y ofensas. Lo mismo ocurre, con frecuencia, también en el ámbito laboral. Por no hablar de cuando se trata de cuestiones de nacionalidad, etnia, religión, etc.
El mismo Cristo dice: «¿Sabéis interpretar el aspecto del cielo y no sois capaces de interpretar los signos de los tiempos?» (Mt 16,3).
Precisamente debido al destino de su propia naturaleza, que es la muerte, el hombre no es capaz por sí solo de interpretar los acontecimientos de la historia en el momento en que ocurren, ni mucho menos de leer el pasado. Quizás pueda comprender algo más, pero de hecho no aprende nada para la vida. De hecho, este es un estribillo eterno: ¡No habéis aprendido nada de la historia!
En el Antiguo Testamento, ya en el Génesis encontramos la figura de José, hijo de Jacob, quien desde joven comienza a hablar de forma profética, despertando una enorme envidia y celos en sus hermanos. Precisamente por eso se ve afectado y totalmente abrumado por la injusticia que sufre a manos de ellos, llegando a sufrir profundamente a causa de la maldad de sus hermanos. Pero en Egipto su vida cambia radicalmente, precisamente gracias al don que tenía de interpretar y explicar los sueños. Sin embargo, cuando José sale de la cárcel —donde había acabado como castigo por el bien realizado— y se encuentra con el faraón, quien lo había hecho llamar para escuchar de él la explicación del sueño que había tenido, José le dice: «No yo, sino Dios dará la respuesta para el bienestar del faraón» (Gn 41,16).
También Daniel pone de relieve la misma verdad. «Daniel, ante el rey, respondió: “El misterio del que el rey pide explicación no puede ser explicado ni por sabios ni por adivinos, ni por magos ni por astrólogos; pero hay un Dios en el cielo que revela los misterios”» (Dn 2,27-28).
Solo Dios tiene la visión verdadera de lo que ocurre en la historia; por eso, su palabra dirigida al hombre, al pueblo de la alianza, se refiere continuamente a la vida, a lo que está por suceder. Pero Dios es Padre y lo contempla todo en la plenitud de la humanidad de su Hijo, ya antes de la creación y, con mayor razón, en los acontecimientos de la historia. El Padre lo contempla todo en la plenitud de su Hijo, que se hizo hombre y fue crucificado y sepultado, y a quien Él mismo resucitó, sentándolo a su derecha en el reino (cf. Ef 1,20). Pero no solo, sino con aquellos que han acogido su salvación (cf. Ef 2,6).
El sentido de la historia —como Berdiaev pone magistralmente de relieve— es Jesucristo. Cristo, como Dios y como verdadero hombre, se ha hecho partícipe en todo y por todo de lo que pertenece al hombre, como leemos en la Carta a los Hebreos (Hb 2,14.17; 4,15). Por lo tanto, él vive en su propia carne las dinámicas de la historia, incluso las más dolorosas, las más sufridas, las más injustas en el sentido más absoluto. Así pues, para tener un discernimiento claro de lo que ocurre, esto debe leerse en la unidad de Dios Padre y de su Hijo, verdadero hombre, del cual nosotros, los bautizados, constituimos el cuerpo.
Los dos discípulos discutían precisamente sobre el acontecimiento más trágico: el asesinato de Cristo. Cristo se acerca y camina con ellos, y él también comienza a interpretar lo que ha sucedido. Pero Cristo es la Palabra, hecha realidad en su humanidad, en su carne, y por eso dice cosas que los discípulos ni siquiera pueden comprender. Sin embargo, comienzan a sentir en su interior algo que les calienta el corazón; no olvidemos que el calor es la fuente de la luz y la luz es la comunión (cf. 1 Jn 1,5-7).
Es precisamente esto lo que les mueve a acoger a Cristo, a invitarle a quedarse con ellos porque está cayendo la noche. Cuando Cristo parte el pan que ellos le han ofrecido, lo reconocen, no desde fuera, sino desde dentro de su cuerpo, ese cuerpo del que ahora se sienten parte precisamente a través de ese calor que sienten en el corazón. De hecho, a quien lo acoge se le da el poder de convertirse en hijo de Dios Padre (Jn 1,12).
De este modo se han encontrado dentro de su memoria: «Haced esto en memoria mía» (Lc 22,19; cf. 1 Cor 11,24). Un solo pan, un solo cuerpo (cf. 1 Cor 10,17).
Al entrar en relación con el Resucitado, los dos discípulos descubren su propia verdad, que es la novedad de la vida-zōē, la vida que no se pone. Hay que permanecer en el cuerpo, con él en la muerte, para experimentar que la agapē hace vivir la muerte como un parto hacia la vida de hijos.
Por eso, los dos discípulos regresan corriendo a Jerusalén, junto a sus hermanos y hermanas, para vivir la comunión, la luz, y esperar al Espíritu Santo, que es el recuerdo de todo lo que es Cristo (Jn 14, 26) y que llenará sus corazones con el ágape (cf. Rom 5,5), para poder vivir su propia realidad según la vida de Cristo y a su manera.
De este modo, tendrán los ojos orientados en la dirección correcta y, con la mente de Cristo (cf. 1 Cor 2,16) muerto y resucitado, interpretarán en Cristo los acontecimientos que suceden. A la luz de esto, sabrán que todo lo que está ligado a la muerte, al sufrimiento, al mal que los demás te infligen, si se vive a la manera de Cristo y con Cristo en nosotros, se convierte en el camino real para realizar la vida humana según el amor del Padre.
Por eso corren sin miedo hacia Jerusalén, aunque, precisamente en Jerusalén, les pueda suceder lo que le sucedió a Cristo, ya que son su cuerpo. Pero ya no tienen miedo a lo que les pueda suceder a ellos mismos, porque viven la vida después de la muerte, junto a Cristo.
SEMILLAS es una publicación del Centro Aletti disponible todos los miércoles.
Cada semana, además del audio de la homilía dominical, estará disponible en el sitio de LIPA un comentario a las lecturas de la Liturgia del Domingo, como así también a las lecturas de la semana.
Učenca na poti v Emavs »sta se pogovarjala med seboj o vsem tem, kar se je zgodilo« (Lk 24,14).
Ta podoba ima vsesplošno razsežnost. Kdo se ne najde v njej? Vsem nam je skupno, da se z nekom pogovarjamo o tem, kar se je zgodilo in kar se dogaja. Včasih govorimo o tem, kar se dogaja v okoljih osebnega življenja, kjer se gibljemo, delamo, živimo, počivamo, se sproščamo, praznujemo itd. Drugič govorimo o tem, kar se dogaja v širšem svetu, vse do razpravljanja o vojnah, gospodarskih in političnih krizah, potresih, pa tudi o kulturnih ali umetniških dogodkih.
Vendar ni zanimiva samo vsebina pogovora, temveč tudi način, kako govorimo. Govorimo tako, da komentiramo in skušamo razumeti, kaj se je zgodilo ali kaj se dogaja. Nekateri, zelo pripravljeni in razumsko močnejši, znajo zelo prepričljivo razložiti dinamiko določenih dogodkov. Lahko pa naletijo na druge, ki dajo prav tako natančno, a popolnoma drugačno razlago. Tako pogosto nastanejo vroče razprave. In vendar – kam to pripelje na koncu? Pogosto nikamor. Vendar je že samo to, da govorimo in razpravljamo ter pri tem vključujemo različna znanja, mnenja, poglede in izkušnje, vznemirljivo in daje občutek, da nekaj vemo o tem, kar se dogaja.
Toda tudi če skozi različne razprave zaslutimo dinamiko dogodkov na različnih ravneh – politični, družbeni, kulturni, gospodarski, psihični itd. –, čemu to znanje v resnici doprinese? Vse ostaja precej relativno. Pogovor teh dveh učencev razkriva, da gre za nekaj, kar ostane absolutno in zato zrelativizira vse, kar lahko razumemo – to je smrt.
Kot zelo dobro razloži Maksim Izpovedovalec, se zlo pokaže tako, da v človeku spremeni smer pogleda in razuma: razmišljamo izhajajoč iz sebe in od tu gledamo naprej ali nazaj, gor ali dol. Vedno izhajamo iz sebe, iz tega, kar jaz mislim, kar jaz čutim, in na koncu razmišljanja je smrt. Tudi kadar je nočemo videti, ostane temen, siv madež. Onkraj smrti gremo le z idealizmom ali domišljijo, pogosto pa prav tja, daleč, postavimo Boga. Zato človek ni sam sposoben brati tega, kar se dogaja. Zaradi tega pogosto zelo trpimo, na primer v družinah, ker si dogodke razlagamo na določen način in nas to vodi v prepir, spore in žalitve. Podobno se pogosto dogaja tudi na delovnem mestu, da ne govorimo o vprašanjih narodnosti, etnije, religije itd.
Kristus sam pravi: »Obličje neba torej znate presojati, znamenj časov pa ne zmorete« (Mt 16,3).
Prav zato, ker je človeški naravi usojena smrt, človek sam ni sposoben razlagati dogodkov sprotne zgodovine in še manj preteklosti. Morda razume nekaj več, vendar se v resnici ničesar ne nauči za življenje. Ista lajna je: ničesar se niste naučili iz zgodovine!
V Stari zavezi, že v Prvi Mojzesovi knjigi, najdemo lik Jožefa, Jakobovega sina, ki že od mladih nog govori preroško, kar pa v njegovih bratih vzbudi veliko zavist in ljubosumje. Prav zaradi tega ga doleti krivica in zelo trpi zaradi hudobije svojih bratov. Toda dar razlaganja sanj njegovo življenje v Egiptu korenito spremeni. Ko pa Jožef pride iz ječe – kamor so ga zaprli zaradi dobrega, ki ga je storil – in sreča faraona, ki ga je poklical, da bi mu razložil sanje, mu reče: »Ne jaz, Bog bo odgovoril faraonu, kar mu je v blagor« (1 Mz 41,16).
Tudi Daniel poudari isto resnico: »Daniel je spregovoril pred kraljem in rekel: ›Skrivnosti, po kateri kralj vprašuje, ne morejo kralju razodeti modreci, vedeževalci, čarovniki in zvezdarji. Toda Bog je v nebesih, ki razodeva skrivnosti‹« (Dan 2,27-28).
Samo Bog ima pravilen pogled na to, kar se dogaja v zgodovini, zato je njegova beseda, namenjena človeku, ljudstvu zaveze, vedno usmerjena k življenju, k temu, kar se bo zgodilo. Bog pa je Oče in vse gleda v dopolnitvi človeškosti svojega Sina, že preden je ustvarjal, še toliko bolj pa v dogodkih zgodovine. Oče vse vidi v dopolnitvi svojega Sina, ki je postal človek, bil križan in pokopan ter ga je sam obudil in posadil na svojo desnico v kraljestvu (prim. Ef 1,20). Vendar ne samega, temveč skupaj s tistimi, ki so sprejeli njegovo odrešenje (prim. Ef 2,6).
Berdjajev mojstrsko pokaže, da je smisel zgodovine Jezus Kristus. Kristus, v kolikor Bog in pravi človek, je postal udeležen v vsem in deležen vsega, kar je lastno človeku, kakor beremo v Pismu Hebrejcem (Heb 2,14.17; 4,15). Zato v svojem telesu živi dinamiko zgodovine, tudi najbolj bolečo, trpečo in krivično. Da bi mogli pravilno razločevati dogajanje, ga je potrebno brati v edinosti Boga Očeta in njegovega Sina, pravega človeka, katerega telo smo mi krščeni.
Učenca sta razpravljala o najbolj tragičnem dogodku: Kristusovi smrti. Kristus se jima približa in hodi z njima ter začne tudi sam razlagati, kar se je zgodilo. Toda Kristus je Beseda, uresničena v njegovi človeškosti, v njegovem telesu, zato govori stvari, ki jih učenca ne moreta dojeti. Kljub temu začneta v sebi čutiti nekaj, kar ogreva njuno srce – ne pozabimo, da je toplota vir luči, luč pa je občestvo (prim. 1 Jn 1,5-7).
Prav to ju nagne, da sprejmeta Kristusa in ga povabita, naj ostane z njima, ker se bliža noč. Ko Kristus razlomi kruh, ki sta mu ga ponudila, ga prepoznata – ne od zunaj, temveč iz notranjosti njegovega telesa, katerega del se zdaj čutita prav zaradi toplote v srcu. Kajti tisti, ki ga sprejmejo, prejmejo moč, da postanejo Božji otroci (prim. Jn 1,12).
Tako sta vstopila v njegov spomin: »To delajte v moj spomin« (Lk 22,19; prim. 1 Kor 11,24). En kruh, eno telo (prim. 1 Kor 10,17).
Ko učenca vstopita v odnos z Vstalim, odkrijeta svojo resnico, ki je novost življenja – življenje kot zōē, in to življenje ne mine. Treba je ostati v telesu, z njim v smrti, da bi izkusili, da v zastonjski ljubezni (agapē) živimo smrt kot rojstvo življenja Božjih otrok.
Zato se učenca hitro vrneta v Jeruzalem, k bratom in sestram, da bi živela občestvo in luč ter pričakovala Svetega Duha, ki je spomin na vse, kar je Kristus (prim. Jn 14,26), in ki bo napolnil njuna srca z zastonjsko ljubeznijo (prim. Rim 5,5), da bosta lahko živela svojo resničnost po Kristusovem življenju in na njegov način.
Tako bosta imela oči usmerjene v pravo smer in bosta brala dogodke z umom Kristusa (prim. 1 Kor 2,16), umrlega in vstalega. V tej luči bosta spoznala, da vse, kar je povezano s smrtjo, trpljenjem in zlom, ki ga človeku prizadenejo drugi, če ga ta živi na Kristusov način in z njim v sebi, postane kraljevska pot za uresničenje človeškega življenja po Očetovi ljubezni.
Zato brez strahu pohitita v Jeruzalem, čeprav bi se jima prav tam lahko zgodilo isto kot Kristusu, saj sta njegovo telo. A se ne bojita več zase, saj skupaj s Kristusom živita življenje po smrti.
SEMENA je rubrika Centra Aletti, ki je na voljo vsako sredo.
Vsak teden je na spletni strani LIPE poleg nedeljske homilije v zvočni obliki (v italijanščini) na voljo tudi poglobitev Božje besede nedeljske ali praznične svete maše.
Dvojica učenika na putu u Emaus „razgovarahu međusobno o svemu što se dogodilo“ (Lk 24, 14).
Ta slika ima univerzalnu dimenziju. Tko se u njoj ne pronalazi? Svima nam je zajedničko to da s nekim razgovaramo o onome što se dogodilo i o onome što se događa. Ponekad govorimo o onome što se događa u krugovima našeg osobnog života, gdje se krećemo, radimo, živimo, odmaramo, opuštamo, slavimo itd. Drugi put govorimo o onome što se događa u širem svijetu, sve do rasprava o ratovima, gospodarskim i političkim krizama, potresima, ali i o kulturnim ili umjetničkim događajima.
Međutim, nije zanimljiv samo sadržaj razgovora, već i način na koji govorimo. Govorimo tako što komentiramo i pokušavamo razumjeti što se dogodilo ili što se događa. Neki, vrlo pripremljeni i obdareni većom oštroumnošću, znaju vrlo uvjerljivo objasniti dinamiku određenih događaja. Ali mogu naići na druge koji daju jednako precizno, ali potpuno drugačije objašnjenje. Tako često nastaju žustre rasprave. Ipak – kamo to na kraju vodi? Često nikamo. Međutim, već i sama činjenica da govorimo i raspravljamo, te pritom uključujemo različita znanja, mišljenja, poglede i iskustva, uzbudljiva je i daje nam osjećaj da nešto znamo o onome što se događa.
No, čak i ako kroz razne rasprave naslutimo dinamiku događaja na različitim razinama – političkoj, društvenoj, kulturnoj, gospodarskoj, psihološkoj itd. – čemu to znanje zapravo pridonosi? Sve ostaje prilično relativno. Razgovor ove dvojice učenika otkriva da se radi o nečemu što ostaje apsolutno i stoga relativizira sve što možemo razumjeti – a to je smrt.
Kao što to jako dobro objašnjava Maksim Ispovjedalac, zlo se očituje tako da u čovjeku mijenja smjer pogleda i razuma: razmišljamo polazeći od sebe samih i odatle gledamo naprijed ili natrag, gore ili dolje. Uvijek polazimo od sebe, od onoga što ja mislim, što ja osjećam, a na kraju razmišljanja je smrt. Čak i kada ju ne želimo vidjeti, ona ostaje tamna, siva mrlja. S one strane smrti idemo samo s idealizmom ili maštom, a često upravo tamo, negdje daleko smještamo Boga. Zato čovjek nije sam sposoban iščitavati ono što se događa. Zbog toga često jako patimo, na primjer u obiteljima, jer događaje tumačimo na određeni način i to nas uvodi u svađe, sukobe i uvrede. Slično se često događa i na radnom mjestu, da i ne govorimo o pitanjima nacionalnosti, etničke pripadnosti, religije itd.
Sam Krist kaže: „Lice neba znate rasuditi, a znakove vremenâ ne znate“ (Mt 16, 3).
Upravo zato što je ljudskoj naravi suđena smrt, čovjek sam nije u stanju tumačiti događaje tekuće povijesti, a još manje prošlosti. Možda razumije nešto više, ali zapravo ne nauči ništa za život. Uvijek ista priča: niste ništa naučili iz povijesti!
U Starom zavjetu, već u Knjizi Postanka, nalazimo lik Josipa, Jakovljeva sina, koji od malih nogu govori proročki, što pak u njegovoj braći izaziva veliku zavist i ljubomoru. Upravo ga zbog toga pogađa nepravda i jako pati zbog zlobe svoje braće. Ali dar tumačenja snova iz korijena mijenja njegov život u Egiptu. A kad je Josip izišao iz zatvora – u koji su ga zatvorili zbog dobra djela koje je učinio – i susreo faraona, koji ga je pozvao da mu protumači snove, rekao mu je: „Ništa ja ne mogu (…) nego će Bog dati pravi odgovor faraonu“ (Post 41, 16).
I Daniel naglašava istu istinu. „Daniel odgovori pred kraljem: ‘Tajnu koju istražuje kralj ne mogahu kralju otkriti mudraci, čarobnici, gataoci i zaklinjači; ali ima na nebu Bog koji objavljuje tajne’“ (Dn 2, 27-28).
Samo Bog ima ispravan pogled na ono što se događa u povijesti, stoga je njegova riječ upućena čovjeku, narodu Saveza, uvijek usmjerena prema životu, prema onome što će se dogoditi. A Bog je Otac i sve gleda u ispunjenju čovještva svoga Sina, i prije nego što je stvarao, a još više u događajima povijesti. Otac sve vidi u ispunjenju svoga Sina, koji je postao čovjekom, bio raspet i pokopan, a kojega je On sam uskrisio i posjeo sebi zdesna u svome kraljevstvu (usp. Ef 1, 20). Ali ne samog, nego zajedno s onima koji su prihvatili njegovo spasenje (usp. Ef 2, 6).
Berdjajev majstorski pokazuje da je smisao povijesti Isus Krist. Krist, kao Bog i kao pravi čovjek, postao je sudionik u svemu i dionik svega što je svojstveno čovjeku, kao što čitamo u Poslanici Hebrejima (Heb 2, 14.17; 4, 15). Zato u svome tijelu živi dinamiku povijesti, pa i onu najbolniju, patničku i nepravednu. Da bismo mogli ispravno razlučivati događaje, potrebno ih je iščitavati u jedinstvu Boga Oca i njegova Sina, pravoga čovjeka, čije smo tijelo mi krštenici.
Dvojica su učenika raspravljala upravo o najtragičnijem događaju: Kristovoj smrti. Krist im se približava i hoda s njima te i sam počinje tumačiti ono što se dogodilo. No Krist je Riječ, ostvarena u njegovu čovještvu, u njegovu tijelu i stoga govori stvari koje učenici ne mogu shvatiti. Unatoč tomu, u sebi počinju osjećati nešto što im grije srce – ne zaboravimo da je toplina izvor svjetlosti, a svjetlost je zajedništvo (usp. 1 Iv 1, 5-7).
Upravo ih to nuka da prihvate Krista i pozovu ga da ostane s njima, jer se bliži noć. Kada Krist lomi kruh koji su mu ponudili, prepoznaju ga – ne izvana, nego iz nutrine njegova tijela, čijim se dijelom sada osjećaju upravo zbog te topline u srcu. Jer oni koji ga prime, dobivaju moć da postanu djeca Božja (Iv 1, 12).
Tako su ušli u njegov spomen: „Ovo činite meni na spomen“ (Lk 22, 19; 1 Kor 11, 24). Jedan kruh, jedno tijelo (usp. 1 Kor 10, 17).
Kada dvojica učenika ulaze u odnos s Uskrslim, otkrivaju svoju istinu, koja je novost života – života kao zōē, života koji ne prolazi. Potrebno je ostati u tijelu, s njim u smrti, kako bismo iskusili da u besplatnoj ljubavi (agapē) živimo smrt kao rođenje života djece Božje.
Zato se dvojica učenika brzo vraćaju u Jeruzalem k braći i sestrama, kako bi živjeli zajedništvo i svjetlost te iščekivali Duha Svetoga, koji je spomen na sve što Krist jest (Iv 14, 26) i koji će ispuniti njihova srca besplatnom ljubavlju (usp. Rim 5, 5), da bi mogli živjeti svoju stvarnost po Kristovu životu i na njegov način.
Tako će im oči biti usmjerene u pravom smjeru i iščitavat će događaje s umom Krista (usp. 1 Kor 2, 16), umrlog i uskrslog. U tom će svjetlu spoznati da sve što je povezano sa smrću, patnjom i zlom, koje čovjeku nanose drugi, ako se živi na Kristov način i s njime u sebi, postaje kraljevski put za ostvarenje ljudskog života po Očevoj ljubavi.
Zato bez straha trče u Jeruzalem, iako bi im se upravo tamo moglo dogoditi isto što i Kristu, jer su oni njegovo tijelo. Ali više se ne boje za sebe, jer zajedno s Kristom žive život poslije smrti.
SJEMENA je rubrika Centra Aletti dostupna svake srijede.
Svakog tjedna, osim nedjeljne propovijedi u audio obliku (na talijanskom), bit će dostupno na web stranici LIPA produbljivanje nedjeljnih ili blagdanskih čitanja euharistijske liturgije.
Dwaj uczniowie w drodze do Emaus „rozmawiali ze sobą o tym wszystkim, co się wydarzyło” (Łk 24,14).
Ten obraz ma wymiar uniwersalny. Kto nie odnajduje się w tej sytuacji? Każdemu zdarza się rozmawiać z kimś o tym, co się wydarzyło i co się dzieje. Czasem mówi się o sprawach z życia osobistego — tam, gdzie każdy się porusza, pracuje, żyje, odpoczywa, relaksuje się, świętuje itd. Innym razem rozmowy dotyczą tego, co dzieje się w szerszym świecie — aż po kwestie wojen, kryzysów gospodarczych, polityki, trzęsień ziemi, a także wydarzeń kulturalnych czy artystycznych.
Interesujące jest nie tylko to, o czym się mówi, ale także sposób, w jaki o tym mówimy. Rozmawia się, komentując i starając się zrozumieć to, co się wydarzyło lub dzieje. Niektórzy, bardzo przygotowani i obdarzeni bystrym umysłem, potrafią w sposób przekonujący wyjaśniać dynamikę danych wydarzeń.
Może się jednak zdarzyć, że natkną się na innych, którzy potrafią przedstawić bardzo trafne interpretacje, ale zupełnie odmienne od ich własnych. W ten sposób nierzadko wybuchają gorące dyskusje. A jednak, do czego to ostatecznie prowadzi? Często do niczego. Jednak już sam fakt rozmowy i dyskusji, angażującej różnorodną wiedzę, opinie, poglądy i doświadczenia, jest ekscytujący i pozwala poczuć satysfakcję z tego, że jesteśmy w stanie dowiedzieć się czegoś o tym, co się dzieje.
Ale nawet jeśli poprzez różne dyskusje udaje się dostrzec mechanizmy stojące za wydarzeniami na poziomie politycznym, społecznym, kulturowym, ekonomicznym czy psychicznym — co tak naprawdę daje to poznanie? Wszystko pozostaje względne. Właśnie rozmowy dwóch uczniów pokazują, że istnieje rzeczywistość absolutna, która relatywizuje wszystko, co jesteśmy w stanie zrozumieć — jest nią śmierć.
Jak bardzo trafnie wyjaśnia Maksym Wyznawca, zło objawia się poprzez zmianę kierunku spojrzenia i rozumowania człowieka: to znaczy, zawsze myślimy, wychodząc od siebie, a stąd patrzymy przed siebie lub wstecz, w górę lub w dół. Jednak zawsze wychodzimy od siebie, od tego, co ja myślę, od tego, co ja czuję, a na ostatnim horyzoncie myśli znajduje się śmierć. Nawet gdy nie chcemy jej widzieć, pozostaje ona jednak czarną, szarą strefą. Poza śmierć można się udać jedynie dzięki idealizmowi lub wyobraźni, często umieszczając właśnie tam, daleko, Boga. Dlatego człowiek sam nie jest w stanie odczytać tego, co się dzieje. Z tego powodu często bardzo się cierpi, na przykład w rodzinach, z powodu interpretacji wydarzeń, która staje się przyczyną kłótni, starć, urazów. To samo zdarza się często również w pracy. Nie mówiąc już o kwestiach narodowości, pochodzenia etnicznego, religii itp.
Sam Chrystus mówi: „Umiecie rozpoznawać wygląd nieba, a znaków czasu nie potraficie rozpoznać?” (Mt 16,3).
Właśnie z powodu przeznaczenia ludzkiej natury — śmierci — człowiek nie jest w stanie sam właściwie interpretować wydarzeń historii ani w chwili ich trwania, ani patrząc w przeszłość. Może coś zrozumieć, ale w rzeczywistości niczego nie uczy się dla życia. To bowiem stały refren: niczego nie nauczyliście się z historii!
W Starym Testamencie, już w Księdze Rodzaju, znajdujemy postać Józefa, syna Jakuba, który od młodości przemawia proroczo, budząc ogromną zazdrość i zawiść swoich braci. Z tego powodu zostaje przez nich skrzywdzony i głęboko cierpi z powodu ich zła. Jednak w Egipcie jego życie radykalnie się zmienia dzięki darowi interpretowania snów. Gdy zostaje wyprowadzony z więzienia — gdzie trafił za dobro, które uczynił — i staje przed faraonem, mówi: „Nie ja, lecz Bóg da odpowiedź dla dobra faraona” (Rdz 41,16).
Podobną prawdę ukazuje także Daniel: „Tajemnicy, o którą pyta król, nie mogą wyjaśnić ani mędrcy, ani wróżbici, ani magowie, ani astrologowie; lecz jest Bóg w niebie, który objawia tajemnice” (Dn 2,27-28).
Tylko Bóg ma prawdziwe spojrzenie na to, co dzieje się w historii. Dlatego Jego słowo kierowane do człowieka — do ludu przymierza — zawsze prowadzi ku życiu, ku temu, co ma nadejść. Bóg jest Ojcem i wszystko widzi w wypełnieniu człowieczeństwa swojego Syna — jeszcze przed stworzeniem, a tym bardziej w wydarzeniach historii. Ojciec widzi wszystko w Synu, który stał się człowiekiem, został ukrzyżowany, pogrzebany i wskrzeszony, a następnie posadzony po Jego prawicy w królestwie (por. Ef 1,20) — nie sam, lecz razem z tymi, którzy przyjęli Jego zbawienie (por. Ef 2,6).
Sensem historii — jak podkreśla Berdiajew — jest Jezus Chrystus. Jako prawdziwy Bóg i prawdziwy człowiek, uczestniczył On w pełni we wszystkim, co należy do ludzkiego życia (por. Hbr 2,14.17; 4,15). Doświadcza więc w swoim ciele całej dynamiki historii — także tej najbardziej bolesnej, niesprawiedliwej. Aby właściwie rozeznawać to, co się dzieje, trzeba patrzeć na to w jedności Boga Ojca i Jego Syna, prawdziwego człowieka — którego ciałem jesteśmy my, ochrzczeni.
Obaj uczniowie rozmawiali właśnie o najbardziej tragicznym wydarzeniu: o śmierci Chrystusa. Chrystus zbliża się do nich i idzie razem z nimi, sam również próbując zinterpretować to, co się wydarzyło. Ale Chrystus jest Słowem, urzeczywistnionym w swoim człowieczeństwie, w swoim ciele, i dlatego mówi rzeczy, których uczniowie nie są w stanie pojąć. Niemniej jednak zaczynają odczuwać w sobie coś, co ogrzewa ich serca – nie zapominajmy, że ciepło jest źródłem światła, a światło jest komunią (por. 1 J 1,5-7).
Właśnie to skłania ich do przyjęcia Chrystusa, do zaproszenia Go, by zatrzymał się u nich, ponieważ zapada noc. Kiedy Chrystus łamie chleb, który mu ofiarowali, rozpoznają Go nie po wyglądzie zewnętrznym, ale po tym, co kryje się w Jego ciele – tym ciele, którego teraz czują się częścią właśnie dzięki temu ciepłu odczuwalnemu w sercu. W rzeczywistości tym, którzy Go przyjmują, dana jest moc stania się dziećmi Boga Ojca (por. J 1,12).
W ten sposób znaleźli się w Jego pamięci: „Czyńcie to na moją pamiątkę” (Łk 22,19; por. 1 Kor 11,24). Jeden chleb, jedno ciało (por. 1 Kor 10,17).
Wchodząc w relację ze Zmartwychwstałym, dwaj uczniowie odkrywają swoją prawdę, którą jest nowość życia – zōē, życia, które nie przemija. Trzeba pozostać w ciele, wraz z Nim w śmierci, aby doświadczyć, że agapē pozwala przeżyć śmierć jako narodziny do życia jako dzieci.
Dlatego dwaj uczniowie wracają w pośpiechu do Jerozolimy, do braci i sióstr, aby przeżywać wspólnotę, światło i oczekiwać Ducha Świętego, który jest pamięcią wszystkiego, czym jest Chrystus (por. J 14, 26) i który napełni ich serca agapē (por. Rz 5,5), aby mogli przeżywać swoją rzeczywistość zgodnie z życiem Chrystusa i na Jego sposób.
W ten sposób będą patrzeć we właściwym kierunku i, mając umysł Chrystusa (por. 1 Kor 2,16) – tego, który umarł i zmartwychwstał – będą odczytywać w Chrystusie to, co się dzieje. W tym świetle poznają, że wszystko, co wiąże się ze śmiercią, cierpieniem, złem, które rzucają na ciebie inni, jeśli jest przeżywane na wzór Chrystusa i z Chrystusem w nas, staje się królewską drogą do urzeczywistnienia życia ludzkiego zgodnie z miłością Ojca.
Dlatego biegną bez strachu do Jerozolimy, nawet jeśli właśnie tam może spotkać ich to, co spotkało Chrystusa, ponieważ są Jego Ciałem. Ale już nie boją się o siebie, ponieważ żyją życiem po śmierci, razem z Chrystusem.
ZIARNA są rubryką Centro Aletti udostępnianą w każdą środę.
Każdego tygodnia, oprócz homilii niedzielnej w formie audio, na stronie LIPA będzie do dyspozycji pogłębienie czytań liturgicznych z eucharystii niedzielnej bądź świątecznej
