[SEMI] XXIV DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (ANNO A) 2

ITALIANO

Il Vangelo di oggi parla con totale chiarezza del perdono tra i fratelli, cioè tra i battezzati, tra quelli che partecipano alla vita filiale in Cristo Gesù.

La domanda sul perdono arriva da Pietro, che sapeva per esperienza che è molto facile dire cose forti, ma poi basta un nulla per calpestare quanto detto. Pietro aveva promesso a Cristo la totale fiducia e consegna: “Darò la mia vita per te” (Gv 13,37). Ma poi, davanti a una serva, ha negato di conoscerlo. Quando, in seguito, ha colto lo sguardo di Cristo, ha vissuto il suo totale crollo: Pietro è morto in quelle lacrime e, dalla sepoltura di quel Pietro, nello sguardo di misericordia di Cristo, rinasce un Pietro nuovo (cf Lc 22,55-62).

Adesso Pietro chiede a Cristo: “Signore, se il mio fratello commette colpe contro di me, quante volte dovrò perdonargli? Fino a sette volte?” (Mt 18,21). Il numero sette nell’Antico Testamento significa la pienezza: Pietro, dunque, sta chiedendo se bisogna perdonare sempre. La risposta di Cristo non è immediatamente un “sì”. È, piuttosto, l’esplicitazione di che cosa voglia dire sempre. L’espressione “settanta volte sette” è certamente un’iperbole, che però ci dice esattamente cosa si intenda per sempre, e cioè: tutto il tempo si vive perdonando. La nostra vita è costituita dal perdono ricevuto che, a nostra volta, doniamo a coloro che ci fanno del male.

Cristo, consapevole di dire qualcosa di essenziale e di fondante per chi sta con lui, racconta una parabola, affinché il messaggio contenuto in essa – inesauribile, perché multistrato – possa essere sempre conosciuto in modo nuovo. Infatti, come ogni parabola, anche questa contiene in sé la realtà del simbolo, che si dischiude solo vivendolo e accogliendolo. Attraverso la parabola è Dio che si rivolge all’uomo, entrando in relazione con lui, e così l’uomo può accoglierlo nell’amore. In questa parabola, dietro l’immagine del re si dischiude il mistero della presenza misericordiosa di Dio Padre.

Un servo aveva un enorme debito, diecimila talenti. Considerando il salario giornaliero di quel tempo in Israele, questa somma corrisponderebbe più o meno a duecentomila anni di guadagno, senza spendere neanche una briciola, cioè senza nemmeno mangiare. Volendo tradurlo in euro, si tratterebbe di una somma intorno a 5-6 miliardi.

Che cosa Cristo vuole esprimere attraverso una cifra così sproporzionata? Che quel servo debitore ha sprecato una realtà così tanto preziosa che non c’è possibilità di ritorno. Praticamente ha sprecato la vita, perché ora gli rimane un debito che non può pagare: dunque, non gli resta che la morte. Possiamo vedere in questo servo una immagine di come è l’uomo dopo Genesi 3: ha perso la vita come comunione con Dio e si è ritrovato con una esistenza precaria, inconsistente, destinata a soffrire e a morire.

Per questo terribile peccato l’uomo perde la vita. Addirittura si nasconde, oppure cerca di ottenere il perdono e recuperare quanto ha perduto. Perciò, nella parabola questo servo chiede al re di avere pazienza con lui e aggiunge una affermazione assurda: “e ti restituirò ogni cosa” (Mt 18,29). Pensare di poter restituire una cifra come quella di cui era debitore è una assurda illusione, è una pura utopia credere di poter recuperare tutto quel denaro. Quella vita che ha perso non se la può restituire da solo, pagando.

Infatti, dopo che il re gli condona il debito, lui di fatto non vive nulla di ciò che gli è stato donato e immediatamente, “appena uscito” (Mt 18,28), aggredisce un compagno che gli doveva appena cento denari, che corrispondono a cento giornate lavorative: veramente niente di fronte ai suoi duecentomila anni di lavoro. “Lo prese per il collo e lo soffocava, dicendo: ‘Restituisci quello che devi!’” (Mt 18,28). È interessante che questo compagno lo supplica con le stesse parole che lui aveva rivolto poco prima al re: “Abbi pazienza con me e ti restituirò”. (Mt 18,29). Ma egli “lo fece gettare in prigione”.

Ora il disegno è già molto più chiaro. Con il battesimo siamo rinati dall’alto (cf Gv 3,3) e siamo stati perdonati per quella opzione di Adamo a favore di un io dell’uomo senza la relazione con il Tu – che è Dio – grazie al Soffio (cf Ef 2,1-4). Il perdono è esattamente questa rinascita, nella quale ci viene donata la partecipazione alla stessa vita del Padre nel suo Figlio (cf 2Pt 1,4). Lo Spirito Santo versa in noi l’amore del Padre (cf Rm 5,5), in modo che veramente possiamo vivere da figli la nostra natura umana ed essere partecipi del modo di viverla di Cristo. La novità, dunque, è l’agapē che costituisce la vita, la zōē nella quale siamo rinati.

Ma non solo: nel Padre, nel Figlio e nello Spirito Santo l’agapē coincide con la misericordia e il perdono.

“Padre misericordioso e Dio di ogni consolazione” (2Cor 1,3).

“Cristo Gesù è venuto nel mondo per salvare i peccatori” (1Tm 1,15).

O, come recita la preghiera di assoluzione nel rito romano: “Dio, Padre di misericordia (cf 2Cor 1,3) che ha riconciliato a sé il mondo (cf 1Tm1,15) nella morte e risurrezione del suo Figlio e ha effuso lo Spirito Santo per la remissione dei peccati (cf Gv 20,22-23)…”: la vita delle Persone divine è agapē che si realizza nella misericordia e nel perdono. Perciò è ovvio che la vita-zōē – che ci viene partecipata nel battesimo e che poi è nutrita e confermata costitutivamente dai sacramenti – si riconosce nel perdono che noi condividiamo a chi ci fa del male, perché per primi lo abbiamo ricevuto. L’uomo è costituito dal perdono e nel perdono vive la sua verità di figlio.

Infatti, i compagni del servo che chiedeva pazienza per il suo debito di cento denari e che rischiava di essere soffocato dal servo a cui era stato condonato un debito enorme, vanno a riferire la cosa al re. Per loro era ovvio che il perdono ricevuto non può che essere partecipato ad altri.

Dio ci ha perdonato e ci ha fatto rinascere nel suo amore. Ma se noi torniamo a preferire la vita secondo la modalità precedente al battesimo, Dio, proprio perché è amore, non può forzarci. Siamo noi stessi a uscire dalla sua vita – che è agapē e misericordia – con la quale ci ha fatti davvero rinascere. Perciò, questo servo che era stato perdonato, non donando a sua volta il perdono, rimane fuori dall’amore, e dunque dalla vita.

 

“Chi non ha perfettamente perdonato a chi cade e non ha presentato a Dio un cuore puro da tristezza, reso splendente dalla luce della riconciliazione con il prossimo, non otterrà la grazia dei beni per cui ha pregato, e, per giusto giudizio, sarà consegnato alla tentazione e al Maligno”

(Massimo il Confessore, De Oratione Dominica).

 

“Beati i misericordiosi perché troveranno misericordia” (Mt 5,7). “Siate misericordiosi come è misericordioso il Padre vostro” (Lc 6,36). Lo stile della Chiesa non può essere che quello della misericordia, se davvero vive la vita dello Spirito Santo e se veramente è il corpo di Cristo. “Siate invece benevoli gli uni verso gli altri, misericordiosi, perdonandovi a vicenda come Dio ha perdonato a voi in Cristo” (Ef 4,32).

Infatti, rivolgendoci a Dio Padre con la preghiera che Cristo stesso ci ha insegnato, diciamo esplicitamente che il suo perdono finale dipende in tutto da come noi perdoniamo lungo gli anni della nostra vita: “Rimetti a noi i nostri debiti come anche noi li rimettiamo ai nostri debitori” (Mt 6,12).

L’attenzione alla vita spirituale, per ogni battezzato, è curare le relazioni affinché queste siano espressione della vita di agapē che crea la comunione. Se non siamo fondati nell’agapē, è totalmente inutile tutto il resto, che diventa uno sterile teatro della religione. Allora, come si può vivere il sacramento del sacerdozio di Cristo o del matrimonio, se non si è fondati nella vita di Cristo? Diventa soltanto una forma, che non manifesta e non testimonia Cristo che ci abita e in cui abbiamo vissuto il perdono.

 

SEMI è la rubrica del Centro Aletti disponibile ogni mercoledì.
Ogni settimana, oltre all’omelia della domenica in formato audio, sarà disponibile sul sito LIPA un approfondimento delle letture della liturgia eucaristica domenicale o festiva.


 

ENGLISH

Today’s Gospel speaks with absolute clarity about forgiveness between brothers and sisters – that is, among the baptised, among those who share in the life of a child of God in Christ Jesus.

The question about forgiveness comes from Peter, who knew from experience that it is very easy to make strong statements, but then trample on what has been said because of the slightest thing. Peter had promised Christ his total trust and devotion: “I will lay down my life for you” (Jn 13:37). But then, in the presence of a servant girl, he denied knowing him. Shortly afterwards, when he met Christ’s gaze, he experienced his complete collapse. Peter died in those tears and from the burial of that Peter, a new Peter is reborn in Christ’s merciful gaze (cf. Lk 22:55–62).

Peter asks Christ: “Lord, if my brother sins against me, how often must I forgive him? As many as seven times?” (Mt 18:21). In the Old Testament, the number seven signifies fullness: Peter, therefore, is asking whether one must always forgive. Christ answers not by immediately saying ‘yes’, but by explaining what always means. The expression “seventy times seven” is a hyperbole communicating exactly what is meant by always, namely: we are to spend our whole lives forgiving. Our life consists of the forgiveness we have received, which we in turn bestow upon those who do us harm.

Christ, aware that he is speaking of something essential and fundamental for those who are with him, tells a parable so that the message it contains – inexhaustible because it is multi-layered – may always be understood in a new way. Indeed, like every parable, this one too contains within it the reality of the symbol, which is revealed only by living it out and embracing it. Through the parable, God addresses and enters into a relationship with humanity; thus humanity can welcome God in love. In this parable, behind the image of the king, the mystery of the merciful presence of God the Father is revealed.

A servant owed an enormous debt: ten thousand talents. Taking into account the daily wage in Israel at that time, this sum would correspond roughly to two hundred thousand years’ earnings, without spending a single crumb – that is, without even eating. If we were to convert it into euros, it would amount to around 5–6 billion.

What is Christ seeking to convey through such a disproportionate figure? That this indebted servant has squandered something so precious that there is no way back. In effect, he has squandered his life, for he is now left with a debt he cannot pay: therefore, all that remains for him is death. We can see in this servant a picture of what the human person is like after Genesis 3: we have lost life as communion with God and find ourselves with a precarious, insubstantial existence, destined to suffer and die.

Because of this terrible sin, Adam (humanity in him) loses his life. He even hides or tries to obtain forgiveness and recover what he has lost. Therefore, in the parable, this servant asks the king to be patient with him and adds an absurd statement: “and I will pay you back” (Mt 18:29). To think he could repay a sum such as the debt he owed is an absurd illusion. It is pure utopia to believe he could recover all that money. No payment will enable him to restore to himself the very life he has lost.

After the king forgives the debt of this servant, he effectively fails to live out anything of what has been given to him. Immediately “when he went out” (Mt 18:28), he attacked a fellow servant who owed him a mere hundred denarii—equivalent to a hundred days’ wages: truly nothing compared to his two hundred thousand years of labour. “Seizing him by the throat, he said ‘Pay back what you owe!’” (Mt 18:28). It is interesting that this fellow servant pleads with him using the very same words he had addressed to the king shortly before: “Have patience with me, and I will pay you” (Mt 18:29). But he “threw him into prison”.

Now the picture is already much clearer. Through baptism we have been born again from above (cf. Jn 3:3) and have been forgiven for Adam’s choice favouring a human “I” without a relationship with the “You” – who is God – thanks to the Breath (cf. Eph 2:1–4). Forgiveness is precisely this rebirth, in which we are granted a share in the very life of the Father in his Son (cf. 2 Peter 1:4). The Holy Spirit pours the Father’s love into us (cf. Rom 5:5), so that we may truly live out our human nature as God’s children, sharing in Christ’s way of living our human nature. The newness, therefore, is the agapē that constitutes life, the zōē into which we have been reborn.

But that is not all: in the Father, the Son and the Holy Spirit, agapē is one and the same as mercy and forgiveness.

“The Father of mercies and the God of all consolation” (2 Cor 1:3).

“Christ Jesus came into the world to save sinners” (1 Tim 1:15).

Or, as the prayer of absolution in the Roman Rite states: “God, the Father of mercies (cf. 2 Cor 1:3), through the death and resurrection of his Son has reconciled the world to himself (cf. 1 Tim 1:15), and has poured out the Holy Spirit for the forgiveness of sins (cf. Jn 20:22–23)…”. The life of the Divine Persons is agapē, which is realised in mercy and forgiveness. It is therefore obvious that the zōē-life, which is shared with us in Baptism and is then nourished and constitutively confirmed by the sacraments, is recognised in the forgiveness we extend to those who harm us because we ourselves have first received it. The human person is constituted by forgiveness and it is in forgiveness that we live out our truth as children of God.

The man who asked for patience regarding his debt of a hundred denarii risked being strangled by the servant to whom an enormous debt had been forgiven. Seeing this, the fellow servants of the former went to report the matter to the king. For them, it was obvious that the forgiveness received was to be shared with others.

God has forgiven us and rebirthed us in his love. But if we revert to living as we did before our baptism, God—precisely because he is love—does not force us. It is we ourselves who turn away from his agapē and mercy through which he has truly given us new life. By failing to grant forgiveness in turn, the servant who had been forgiven remains outside of love, and thus outside of life.

 

“Whoever has not perfectly forgiven those who fall and has not presented to God a heart purified of sorrow, made to shine by the light of reconciliation with one’s neighbour, will not obtain the grace of the gifts for which he has prayed, and, by just judgement, will be delivered over to temptation and to the Evil One”

(Maximus the Confessor, De Oratione Dominica).

 

“Blessed are the merciful, for they will be shown mercy” (Mt 5:7). “Be merciful, just as your Father is merciful” (Lk 6:36). The Church’s way of life can only be that of mercy, if she truly lives by the Holy Spirit and is truly the Body of Christ. “Be kind to one another, compassionate, forgiving one another as God has forgiven you in Christ” (Eph 4:32).

Indeed, when we turn to God the Father with the prayer that Christ himself taught us, we explicitly state that God’s final forgiveness of us depends entirely on how we forgive throughout the years of our lives: “Forgive us our debts, as we forgive our debtors” (Mt 6:12).

For every baptised person, attention to the spiritual life means nurturing relationships so that they may be an expression of the life of agapē that creates communion. If we are not grounded in agapē, everything else is utterly futile, merely a sterile spectacle of religion. How does one live out the sacrament of Christ’s priesthood or of marriage if one is not grounded in the life of Christ? They become merely a form that neither manifests nor bears witness to Christ who dwells within us and in whom we have experienced forgiveness.

 

SEEDS, the Aletti Centre’s column, is available every Wednesday.
Every week, in addition to the Sunday homily in audio format, an in-depth study of the readings from the Sunday or festive Eucharistic liturgy will be available on the LIPA website.


 

ESPAÑOL

El Evangelio de hoy habla con total claridad del perdón entre hermanos, es decir, entre los bautizados, entre aquellos que participan de la vida filial en Cristo Jesús.

La pregunta sobre el perdón la formula Pedro, que sabía por experiencia que es muy fácil decir cosas contundentes, pero que luego basta un detalle insignificante para pisotear lo dicho. Pedro le había prometido a Cristo su total confianza y entrega: «Daré mi vida por ti» (Jn 13,37). Pero luego, ante una sierva, negó conocerlo. Cuando, más tarde, se encontró con la mirada de Cristo, vivió su colapso total: Pedro murió en aquellas lágrimas y, de la sepultura de aquel Pedro, en la mirada misericordiosa de Cristo, renace un nuevo Pedro (cf. Lc 22,55-62).

Ahora Pedro le pregunta a Cristo: «Señor, si mi hermano peca contra mí, ¿cuántas veces tendré que perdonarle? ¿Hasta siete veces?» (Mt 18,21). El número siete en el Antiguo Testamento significa plenitud: Pedro, por tanto, está preguntando si hay que perdonar siempre. La respuesta de Cristo no es inmediatamente un «sí». Es, más bien, la explicación de lo que significa «siempre». La expresión «setenta veces siete» es sin duda una hipérbole, pero nos dice exactamente qué se entiende por «siempre», es decir: se vive perdonando en todo momento. Nuestra vida está constituida por el perdón recibido que, a su vez, ofrecemos a quienes nos hacen daño.

Cristo, consciente de estar diciendo algo esencial y fundamental para quienes están con él, cuenta una parábola, para que el mensaje que encierra —inesgotable, porque tiene múltiples significados— pueda ser descubierto siempre de una forma nueva. De hecho, como toda parábola, también esta encierra en sí misma la realidad del símbolo, que solo se revela al vivirla y acogerla. A través de la parábola es Dios quien se dirige al hombre, entrando en relación con él, y así el hombre puede acogerlo en el amor. En esta parábola, tras la imagen del rey se revela el misterio de la presencia misericordiosa de Dios Padre.

Un siervo tenía una deuda enorme: diez mil talentos. Teniendo en cuenta el salario diario de aquella época en Israel, esta suma equivaldría más o menos a doscientos mil años de ingresos, sin gastar ni una miga, es decir, sin comer siquiera. Si quisiéramos convertirlo a euros, se trataría de una suma de entre 5 000 y 6 000 millones.

¿Qué quiere expresar Cristo con una cifra tan desproporcionada? Que ese siervo deudor ha malgastado algo tan valioso que ya no hay vuelta atrás. Prácticamente ha desperdiciado la vida, porque ahora le queda una deuda que no puede pagar: por lo tanto, solo le queda la muerte. Podemos ver en este siervo una imagen de cómo es el hombre después de Génesis 3: ha perdido la vida como comunión con Dios y se ha encontrado con una existencia precaria, inconsistente, destinada al sufrimiento y a la muerte.

Por este terrible pecado, el hombre pierde la vida. Incluso se esconde, o bien intenta obtener el perdón y recuperar lo que ha perdido. Por eso, en la parábola, este siervo le pide al rey que tenga paciencia con él y añade una afirmación absurda: «y te lo devolveré todo» (Mt 18,29). Pensar que puede devolver una suma como la que debía es una ilusión absurda; es una pura utopía creer que puede recuperar todo ese dinero. Esa vida que ha perdido no se la puede devolver por sí mismo, pagando.

De hecho, después de que el rey le condonara la deuda, él no disfrutó en absoluto de lo que se le había regalado e, inmediatamente, «apenas salió» (Mt 18,28), agredió a un compañero que le debía apenas cien denarios, lo que equivale a cien jornadas de trabajo: realmente nada comparado con sus doscientos mil años de trabajo. «Lo agarró por el cuello y lo estrangulaba, diciendo: “¡Devuélveme lo que me debes!”» (Mt 18,28). Es interesante que este compañero le suplique con las mismas palabras que él mismo había dirigido poco antes al rey: «Ten paciencia conmigo y te lo devolveré» (Mt 18,29). Pero él «hizo que lo metieran en la cárcel».

Ahora el designio ya está mucho más claro. Con el bautismo hemos renacido de lo alto (cf. Jn 3,3) y se nos ha perdonado aquella elección de Adán a favor de un «yo» del hombre sin relación con el «Tú» —que es Dios—, gracias al Soplo (cf. Ef 2,1-4). El perdón es precisamente este renacer, en el que se nos dona la participación en la misma vida del Padre en su Hijo (cf. 2 Pe 1,4). El Espíritu Santo derrama en nosotros el amor del Padre (cf. Rom 5,5), para que podamos vivir verdaderamente como hijos nuestra naturaleza humana y participar de la forma en que Cristo la vive. La novedad, pues, es la agapē que constituye la vida, la zōē en la que hemos renacido.

Pero no solo eso: en el Padre, en el Hijo y en el Espíritu Santo, la agapē coincide con la misericordia y el perdón. «Padre misericordioso y Dios de todo consuelo» (2 Cor 1,3). «Cristo Jesús vino al mundo para salvar a los pecadores» (1 Tim 1,15).

O, como reza la oración de absolución en el rito romano: «Dios, Padre de misericordia (cf. 2 Cor 1,3), que has reconciliado al mundo contigo (cf. 1 Tim 1,15) mediante la muerte y resurrección de tu Hijo, y has derramado el Espíritu Santo para la remisión de los pecados (cf. Jn 20,22-23)…»: la vida de las Personas divinas es ágape que se realiza en la misericordia y en el perdón. Por eso es obvio que la vida —zōē—, de la que participamos en el bautismo y que luego se nutre y se confirma de manera constitutiva mediante los sacramentos, se reconoce en el perdón que compartimos con quienes nos hacen daño, porque nosotros lo hemos recibido primero. El hombre está constituido por el perdón y en el perdón vive su verdad de hijo.

De hecho, los compañeros del siervo que pedía paciencia por su deuda de cien denarios y que corría el riesgo de ser asfixiado por el siervo al que se le había condonado una deuda enorme, van a informar de ello al rey. Para ellos era obvio que el perdón recibido no podía sino ser compartido con los demás.

Dios nos ha perdonado y nos ha hecho renacer en su amor. Pero si volvemos a preferir la vida tal y como era antes del bautismo, Dios, precisamente porque es amor, no puede obligarnos. Somos nosotros mismos quienes nos alejamos de su vida —que es ágape y misericordia— con la que verdaderamente nos ha hecho renacer. Por eso, este siervo al que se le había perdonado, al no conceder a su vez el perdón, permanece fuera del amor y, por tanto, fuera de la vida.

 

«Quien no haya perdonado perfectamente al que cae y no haya presentado ante Dios un corazón puro de tristeza, iluminado por la luz de la reconciliación con el prójimo, no obtendrá la gracia de los bienes por los que ha orado y, por justo juicio, será entregado a la tentación y al Maligno»

(Máximo el Confesor, De Oratione Dominica).

 

«Bienaventurados los misericordiosos, porque ellos alcanzarán misericordia» (Mt 5,7). «Sed misericordiosos, como es misericordioso vuestro Padre» (Lc 6,36). El estilo de la Iglesia no puede ser otro que el de la misericordia, si realmente vive la vida del Espíritu Santo y si verdaderamente es el cuerpo de Cristo. «Sed, pues, bondadosos unos con otros, misericordiosos, perdonándoos unos a otros como Dios os ha perdonado en Cristo» (Ef 4,32).

De hecho, al dirigirnos a Dios Padre con la oración que el propio Cristo nos enseñó, afirmamos explícitamente que su perdón definitivo depende por completo de cómo perdonamos a lo largo de los años de nuestra vida: «Perdona nuestras deudas, así como nosotros perdonamos a nuestros deudores» (Mt 6,12).

Para todo bautizado, la atención a la vida espiritual significa cuidar las relaciones para que sean expresión de la vida de ágape que crea comunión. Si no estamos arraigados en el ágape, todo lo demás es totalmente inútil y se convierte en un estéril teatro de la religión. Entonces, ¿cómo se puede vivir el sacramento del sacerdocio de Cristo o del matrimonio, si no se está arraigado en la vida de Cristo? Se convierte únicamente en una forma, que no manifiesta ni da testimonio de Cristo, que habita en nosotros y en quien hemos vivido el perdón.

 

SEMILLAS es una publicación del Centro Aletti disponible todos los miércoles.
Cada semana, además del audio de la homilía dominical, estará disponible en el sitio de LIPA un comentario a las lecturas de la Liturgia del Domingo, como así también a las lecturas de la semana.


 

SLOVENŠČINA

Današnji evangelij z vso jasnostjo govori o odpuščanju med brati, torej med krščenimi, med tistimi, ki so deležni življenja Božjih otrok v Jezusu Kristusu.

Vprašanje o odpuščanju postavi Peter, ki je iz izkušnje vedel, da je zelo lahko izreči velike besede, potem pa je dovolj že malenkost, da pohodimo to, kar smo rekli. Peter je Kristusu obljubil popolno zaupanje in popolno izročitev: »Svoje življenje dam zate« (Jn 13,37). Potem pa je pred deklo zanikal, da ga pozna. Ko se je nato srečal s Kristusovim pogledom, se je zlomil: Peter je v tistih solzah umrl in iz groba tistega Petra se je v usmiljenem Kristusovem pogledu rodil novi Peter (prim. Lk 22,55-62).

Zdaj Peter vpraša Kristusa: »Gospod, kolikokrat naj odpustim svojemu bratu, če greši zoper mene? Do sedemkrat?« (Mt 18,21). Število sedem v Stari zavezi pomeni polnost: Peter torej sprašuje, ali je treba vedno odpuščati. Kristusov odgovor ni neposredno »da«, ampak razlaga, kaj pomeni vedno. Izraz »sedemdesetkrat sedemkrat« je zagotovo pretiravanje, ki pa nam natančno pove, kaj pomeni vedno: ves čas živeti v odpuščanju. Živimo iz prejetega odpuščanja, ki ga nato sami podarjamo tistim, ki nam storijo hudo.

Kristus, ki se zaveda, da govori nekaj bistvenega in temeljnega za tiste, ki so z njim, pove priliko, da bi bilo sporočilo, ki ga vsebuje – neizčrpno, ker je večplastno –, vedno znova mogoče odkrivati na nov način. Kakor vsaka prilika tudi ta v sebi vsebuje simbol, ki se razodeva samo, če ga živimo in sprejmemo. Po priliki se Bog obrača k človeku, vstopa z njim v odnos, in tako ga človek lahko sprejme v ljubezni. V tej priliki se za podobo kralja razodeva skrivnost usmiljene navzočnosti Boga Očeta.

Neki služabnik je imel ogromen dolg, deset tisoč talentov. Če upoštevamo dnevno plačilo v takratnem Izraelu, bi ta vsota ustrezala približno dvesto tisoč letom zaslužka, ne da bi porabil eno samo drobtinico, niti za hrano. Če bi to prevedli v evre, bi šlo za vsoto približno 5–6 milijard evrov.

Kaj želi povedati Kristus s tako nesorazmerno številko? To, da je ta zadolženi služabnik zapravil nekaj tako dragocenega, da tega ne more vrniti. Pravzaprav je zapravil življenje, saj mu je zdaj ostal dolg, ki ga ne more plačati; zato mu ne preostane drugega kot smrt. V tem služabniku lahko vidimo podobo človeka po 1 Mz 3: izgubil je življenje kot občestvo z Bogom in se znašel v negotovem, nestalnem bivanju, namenjenem trpljenju in smrti.

Zaradi tega strašnega greha človek izgubi življenje. Celo skrije se ali pa skuša doseči odpuščanje in nadoknaditi, kar je izgubil. Zato v priliki ta služabnik prosi kralja, naj potrpi z njim, in doda absurdno trditev: »In vse ti povrnem« (Mt 18,29). Misliti, da bi lahko vrnil tolikšno vsoto, kolikor je bil dolžan, je absurdna iluzija; čista utopija je verjeti, da bi lahko povrnil ves ta denar. Življenja, ki ga je izgubil, si ne more povrniti sam s plačilom.

Toda potem, ko mu kralj odpusti dolg, v resnici ne živi nič od tega, kar mu je bilo podarjeno, in takoj, »ko je šel ven« (Mt 18,28), napade soslužabnika, ki mu je dolgoval komaj sto denarijev, kar ustreza stotim delovnim dnem: resnično nič v primerjavi z njegovimi dvesto tisoč leti dela. »Zgrabil ga je, ga davil in rekel: ›Vrni, kar si dolžan!‹« (Mt 18,28). Zanimivo je, da ga ta soslužabnik prosi z istimi besedami, ki jih je on malo prej izrekel kralju: »Potrpi z menoj in ti povrnem« (Mt 18,29). On pa »je šel in ga vrgel v ječo«.

Zdaj je podoba že veliko bolj jasna. S krstom smo bili rojeni od zgoraj (prim. Jn 3,3) in nam je bilo odpuščeno, kar je izbral Adam v prid človekovemu jazu brez odnosa do Ti-ja – ki je Bog – po Dihu (prim. Ef 2,1-4). Odpuščanje je prav to prerojenje, v kateri nam je podarjeno deleženje istega življenja Očeta v njegovem Sinu (prim. 2 Pt 1,4). Sveti Duh v nas izliva Očetovo ljubezen (prim. Rim 5,5), tako da lahko zares kot Božji otroci živimo svojo človeško naravo in smo deležni Kristusovega načina življenja. Novost je torej zastonjska ljubezen (agapē), ki je življenje kot zōē, v katerem smo bili prerojeni.

A ne samo to: v Očetu, Sinu in Svetem Duhu zastonjska ljubezen sovpada z usmiljenjem in odpuščanjem.

»Oče usmiljenja in Bog vse tolažbe« (2 Kor 1,3).

»Kristus Jezus je prišel na svet, da bi rešil grešnike« (1 Tim 1,15).

Ali, kakor se glasi molitev odveze v rimskem obredu: »Bog, Oče usmiljenja (prim. 2 Kor 1,3), ki je s smrtjo in vstajenjem svojega Sina svet spravil s seboj (prim. 1 Tim 1,15) in poslal Svetega Duha v odpuščanje grehov (prim. Jn 20,22-23) …«: življenje Božjih oseb je zastonjska ljubezen, ki se uresničuje v usmiljenju in odpuščanju. Zato je očitno, da se življenje kot zōē – ki nam je podarjeno pri krstu in se hrani ter utrjuje v zakramentih – prepozna v odpuščanju, ki ga delimo s tistimi, ki nam storijo hudo, saj smo ga najprej sami prejeli. Človek živi iz odpuščanja in v odpuščanju živi resnico svojega sinovstva.

Soslužabniki so povedali kralju, kaj je storil služabnik, ki mu je bil odpuščen ogromen dolg, s soslužabnikom, ki mu je bil dolžan malenkost. Zanje je bilo samoumevno, da prejeto odpuščanje deli naprej.

Bog nam je odpustil in nas prerodil v svoji ljubezni. Toda če se mi znova odločimo za način življenja pred krstom, nas Bog prav zato, ker je ljubezen, ne more prisiliti. Sami izstopimo iz njegovega življenja – ki je zastonjska ljubezen in usmiljenje –, s katerim nas je resnično prerodil. Zato služabnik, ki mu je bilo odpuščeno, s tem, ko sam ne podari odpuščanja, ostane zunaj ljubezni in s tem zunaj življenja.

 

»Kdor ni popolnoma odpustil tistemu, ki je padel, in Bogu ni izročil srca, očiščenega žalosti ter razsvetljenega z lučjo sprave z bližnjim, ne bo prejel milosti dobrin, za katere je molil, in bo po pravični sodbi izročen skušnjavi in Hudiču«

(Maksim Spoznavalec, O Gospodovi molitvi).

 

»Blagor usmiljenim, kajti usmiljenje bodo dosegli« (Mt 5,7). »Bodite usmiljeni, kakor je usmiljen tudi vaš Oče« (Lk 6,36). Slog Cerkve ne more biti nič drugega kot usmiljenje, če zares živi življenje Svetega Duha in če je resnično Kristusovo telo. »Bodite drug do drugega dobrosrčni in usmiljeni ter drug drugemu odpuščajte, kakor je tudi vam Bog milostno odpustil v Kristusu« (Ef 4,32).

Ko se namreč obračamo k Bogu Očetu z molitvijo, ki nas jo je naučil sam Kristus, izrecno povemo, da je njegovo končno odpuščanje v celoti povezano s tem, kako mi odpuščamo v teku let svojega življenja: »in odpústi nam naše dolge, kakor smo tudi mi odpustili svojim dolžnikom« (Mt 6,12).

Skrb za duhovno življenje pomeni za vsakega krščenega človeka skrb za odnose, da bi bili ti izraz življenja zastonjske ljubezni, ki ustvarja občestvo. Če nismo utemeljeni v zastonjski ljubezni, je vse drugo povsem nekoristno in postane jalovo gledališče religije. Kako je potem mogoče živeti zakrament Kristusovega duhovništva ali zakrament zakona, če nismo utemeljeni v Kristusovem življenju? Vse postane zgolj zunanja oblika, ki ne razodeva in ne pričuje Kristusa, ki prebiva v nas in v katerem smo doživeli odpuščanje.

 

SEMENA je rubrika Centra Aletti, ki je na voljo vsako sredo.
Vsak teden je na spletni strani LIPE poleg nedeljske homilije v zvočni obliki (v italijanščini) na voljo tudi poglobitev Božje besede nedeljske ali praznične svete maše.


 

HRVATSKI

Današnje Evanđelje sa svom jasnoćom govori o opraštanju među braćom, to jest među krštenima, među onima koji su dionici života djece Božje u Kristu Isusu.

Pitanje o opraštanju postavlja Petar, koji je iz iskustva znao da je vrlo lako izgovoriti velike riječi, a onda je dovoljna već i sitnica da se pogazi ono što je rečeno. Petar je Kristu obećao potpuno povjerenje i predanje: „Život ću svoj položiti za tebe“ (Iv 13, 37). A onda je pred sluškinjom zanijekao da ga poznaje. Kada se zatim susreo s Kristovim pogledom doživio je svoj potpuni slom: Petar je umro u tim suzama i iz groba tog Petra se u milosrdnom Kristovom pogledu rodio novi Petar (usp. Lk 22, 55-62).

Sada Petar pita Krista: „Gospodine, koliko puta da oprostim bratu svomu ako se ogriješi o mene? Do sedam puta?“ (Mt 18, 21). Broj sedam u Starom zavjetu označava puninu: Petar dakle pita treba li uvijek opraštati. Kristov odgovor nije izravno „da“, nego objašnjava što znači uvijek. Izraz „sedamdeset puta sedam“ svakako je preuveličavanje, ali nam točno govori što znači uvijek, a to je: cijelo vrijeme živjeti u opraštanju. Živimo od primljenog oprosta koji zatim sami darujemo onima koji nam čine zlo.

Krist, svjestan da govori nešto bitno i temeljno za one koji su s njim, pripovijeda prispodobu kako bi se poruka koju ona sadrži – neiscrpna, jer je višeslojna – mogla uvijek iznova otkrivati na novi način. Kao i svaka prispodoba, i ova u sebi sadrži simbol koji se otkriva samo ako ga živimo i prihvatimo. Kroz prispodobu se Bog obraća čovjeku, stupa s njim u odnos i tako ga čovjek može prihvatiti u ljubavi. U ovoj se prispodobi iza lika kralja otkriva otajstvo milosrdne prisutnosti Boga Oca.

Neki je sluga imao ogroman dug, deset tisuća talenata. Ako uzmemo u obzir dnevnu nadnicu u tadašnjem Izraelu, taj bi iznos odgovarao zaradi od oko dvjesto tisuća godina, a da ne potroši nijednu mrvicu, čak ni na hranu. Kad bismo to preračunali u eure, radilo bi se o iznosu od otprilike 5–6 milijardi eura.

Što Krist želi reći s tako nerazmjernom brojkom? To da je taj sluga potratio nešto tako dragocjeno da to ne može vratiti. Zapravo, potratio je život, jer mu je sada ostao dug koji ne može platiti; zato mu ne preostaje ništa drugo osim smrti. U ovom sluzi možemo vidjeti sliku čovjeka nakon Post 3: izgubio je život kao zajedništvo s Bogom i našao se u nesigurnom, nestalnom postojanju, osuđenom na patnju i smrt.

Zbog tog strašnog grijeha čovjek gubi život. Čak se i skriva ili pokušava postići oproštenje i nadoknaditi ono što je izgubio. Stoga u prispodobi ovaj sluga moli kralja da ima strpljenja s njim i dodaje apsurdnu tvrdnju: „i sve ću ti vratiti“ (Mt 18, 29). Misliti da bi mogao vratiti toliki iznos koji je dugovao je apsurdna iluzija; čista je utopija vjerovati da bi mogao nadoknaditi sav taj novac. Život koji je izgubio ne može sam sebi vratiti plaćanjem.

Nakon što mu je kralj oprostio dug, on zapravo ne živi ništa od onoga što mu je darovano te odmah, „čim iziđe“ (Mt 18, 28) napada sudruga koji mu je dugovao svega sto denara, što odgovara stotini radnih dana: doista ništa u usporedbi s njegovih dvjesto tisuća godina rada. „Uhvati ga i stane ga daviti govoreći: ‘Vrati što si dužan!’“ (Mt 18, 28). Zanimljivo je da ga taj sudrug moli istim riječima koje je on malo prije izgovorio kralju: „Strpljenja imaj sa mnom i vratit ću ti“ (Mt 18, 29). Ali on „ode i baci ga u tamnicu“.

Sada je slika već puno jasnija. Krštenjem smo ponovno rođeni odozgor (usp. Iv 3, 3) i oprošteno nam je ono što je Adam izabrao u korist ljudskog „ja“ bez odnosa s „Ti“ – koji je Bog – zahvaljujući Dahu (usp. Ef 2, 1-4). Oproštenje je upravo to preporođenje u kojem nam je darovano dioništvo  u samom životu Oca u njegovom Sinu (usp. 2 Pt 1, 4). Duh Sveti izlijeva u nas Očevu ljubav (usp. Rim 5, 5), tako da doista možemo kao djeca Božja živjeti svoju ljudsku narav i biti dionici Kristova načina života. Novost je dakle besplatna ljubav (agape) koja je život kao zoe, u kojem smo preporođeni.

A ne samo to: u Ocu, Sinu i Duhu Svetom besplatna ljubav podudara se s milosrđem i opraštanjem.

„Otac milosrđa i Bog svake utjehe“ (2 Kor 1, 3).

„Isus Krist dođe na svijet spasiti grešnike“ (1 Tim 1, 15).

Ili, kako glasi molitva odrješenja u rimskom obredu: „Bog, milosrdni Otac (usp. 2 Kor 1, 3) pomirio je sa sobom svijet (usp. 1 Tim 1, 15) smrću i uskrsnućem svoga Sina i izlio Duha Svetoga za otpuštenje grijeha (usp. Iv 20, 22-23)…“: život božanskih Osoba je besplatna ljubav koja se ostvaruje u milosrđu i opraštanju. Zato je očito da se život kao zoe – koji nam je darovan na krštenju te se hrani i učvršćuje u sakramentima – prepoznaje u oproštenju koje dijelimo s onima koji nam čine zlo, jer smo ga najprije sami primili. Čovjek živi od oproštenja i u oproštenju živi istinu svoga sinovstva.

Ostale su sluge rekle kralju što je učinio sluga kojemu je bio oprošten ogroman dug sudrugu koji mu je dugovao sitnicu. Za njih je bilo samo po sebi razumljivo da primljeno oproštenje treba dijeliti dalje.

Bog nam je oprostio i preporodio nas u svojoj ljubavi. No, ako se mi ponovno odlučimo za način života prije krštenja, Bog nas upravo zato što je ljubav ne može prisiliti. Sami izlazimo iz Njegovog života – koji je besplatna ljubav i milosrđe – kojim nas je istinski preporodio. Zato sluga kojemu je bilo oprošteno, time što sam ne daruje oproštenje, ostaje izvan ljubavi i time izvan života.

 

„Tko nije potpuno oprostio onome koji je pao i nije Bogu predao srce, očišćeno od žalosti te rasvijetljeno svjetlošću pomirenja s bližnjim, neće primiti milost dobara za koja je molio, te će po pravednom sudu biti predan kušnji i Zlome“

(Maksim Ispovijedalac, Tumačenje Gospodnje molitve).

 

„Blago milosrdnima: oni će zadobiti milosrđe!“ (Mt 5, 7). „Budite milosrdni kao što je Otac vaš milosrdan“ (Lk 6, 36). Stil Crkve ne može biti ništa drugo osim milosrđa, ako doista živi život Duha Svetoga i ako je uistinu Kristovo tijelo. „Budite jedni drugima dobrostivi, milosrdni; praštajte jedni drugima kao što i Bog u Kristu nama oprosti“ (Ef 4, 32).

Naime, kada se obraćamo Bogu Ocu molitvom kojoj nas je sam Krist naučio, izričito govorimo da Njegovo konačno oproštenje u potpunosti ovisi o tome kako mi opraštamo tijekom godina našega života: „I otpusti nam duge naše kako i mi otpustismo dužnicima svojim!“ (Mt 6, 12).

Briga o duhovnom životu za svakog krštenika znači njegovati odnose kako bi oni bili izraz života besplatne ljubavi koja stvara zajedništvo. Ako nismo utemeljeni u besplatnoj ljubavi sve ostalo je potpuno beskorisno i postaje jalovo kazalište religije. Kako je onda moguće živjeti sakrament Kristovog svećeništva ili sakrament ženidbe, ako nismo utemeljeni u Kristovom životu? Sve postaje tek vanjska forma, koja ne očituje i ne svjedoči Krista koji prebiva u nama i u kojemu smo iskusili oproštenje.

 

SJEMENA je rubrika Centra Aletti dostupna svake srijede.
Svakog tjedna, osim nedjeljne propovijedi u audio obliku (na talijanskom), bit će dostupno na web stranici LIPA produbljivanje nedjeljnih ili blagdanskih čitanja euharistijske liturgije.


 

POLSKI

Dzisiejsza Ewangelia mówi z całkowitą jasnością o przebaczeniu między braćmi, czyli między ochrzczonymi, między tymi, którzy uczestniczą w synowskim życiu w Chrystusie Jezusie. Pytanie o przebaczenie pochodzi od Piotra, który z doświadczenia wiedział, że bardzo łatwo jest wypowiadać wielkie słowa, a potem wystarczy drobiazg, aby podeptać to, co się powiedziało.

Piotr obiecał Chrystusowi całkowite zaufanie i oddanie: „Życie moje oddam za Ciebie” (J 13,37). A potem, wobec służącej, zaparł się, że Go zna. Kiedy później spotkał spojrzenie Chrystusa, przeżył całkowite załamanie: Piotr umarł w tych łzach, a z pogrzebania tamtego Piotra, w miłosiernym spojrzeniu Chrystusa, rodzi się nowy Piotr (por. Łk 22,55-62). Teraz Piotr pyta Chrystusa: „Panie, ile razy mam przebaczyć, jeśli mój brat zawini względem mnie? Czy aż siedem razy?” (Mt 18,21).

Liczba siedem w Starym Testamencie oznacza pełnię. Piotr pyta więc, czy trzeba przebaczać zawsze. Odpowiedzią Chrystusa nie jest od razu „tak”. Jest nią raczej wyjaśnienie, co oznacza „zawsze”. Wyrażenie „siedemdziesiąt siedem razy” jest z pewnością hiperbolą, która jednak mówi nam dokładnie, co oznacza „zawsze”, a mianowicie: przez cały czas żyje się przebaczeniem. Nasze życie jest zbudowane z otrzymanego przebaczenia, które z kolei przekazujemy tym, którzy wyrządzają nam zło.

Chrystus, świadomy, że mówi coś istotnego i fundamentalnego dla tych, którzy są z Nim, opowiada przypowieść, aby zawarte w niej przesłanie – niewyczerpane, ponieważ wielowarstwowe – mogło być zawsze na nowo poznawane. Jak każda przypowieść, również ta zawiera w sobie rzeczywistość symbolu, który otwiera się przed nami dopiero wtedy, gdy nim żyjemy i przyjmujemy go. Poprzez przypowieść to Bóg zwraca się do człowieka, wchodząc z nim w relację, i w ten sposób człowiek może przyjąć Go w miłości.

W tej przypowieści, za obrazem króla, odsłania się tajemnica miłosiernej obecności Boga Ojca. Pewien sługa miał ogromny dług – dziesięć tysięcy talentów. Biorąc pod uwagę dzienną zapłatę w tamtych czasach w Izraelu, suma ta odpowiadałaby mniej więcej dwustu tysiącom lat zarobku, bez wydania ani odrobiny, czyli nawet bez jedzenia.

Gdybyśmy chcieli przeliczyć to na euro, chodziłoby o sumę około 5–6 miliardów. Co Chrystus chce wyrazić poprzez tak niewspółmiernie wielką liczbę?

To, że ów zadłużony sługa zmarnował rzeczywistość tak niezwykle cenną, że nie ma już możliwości powrotu. W praktyce zmarnował życie, ponieważ teraz pozostał mu dług, którego nie może spłacić. Nie pozostaje mu więc nic innego jak śmierć. Możemy zobaczyć w tym słudze obraz tego, jaki jest człowiek po trzecim rozdziale Księgi Rodzaju: utracił życie jako komunię z Bogiem i znalazł się w sytuacji istnienia kruchego, pozbawionego trwałości, skazanego na cierpienie i śmierć.

Z powodu tego straszliwego grzechu człowiek traci życie. Co więcej, ukrywa się albo próbuje uzyskać przebaczenie i odzyskać to, co utracił. Dlatego w przypowieści ów sługa prosi króla o cierpliwość i dodaje absurdalne stwierdzenie: „Oddam ci wszystko” (Mt 18,29). Myślenie, że można zwrócić tak wielką sumę, jaką był winien, jest absurdalną iluzją. Wierzyć, że można odzyskać wszystkie te pieniądze, jest czystą utopią. Tego życia, które utracił, nie może sam sobie zwrócić poprzez spłatę długu.

Kiedy bowiem król daruje mu dług, on w rzeczywistości nie żyje w żaden sposób tym, co zostało mu podarowane, i natychmiast, „gdy wyszedł” (Mt 18,28), napada na współsługę, który był mu winien zaledwie sto denarów, czyli równowartość stu dni pracy – naprawdę nic w porównaniu z jego dwustu tysiącami lat pracy.

„Chwycił go i dusił, mówiąc: Oddaj, coś winien!” (Mt 18,28).

Interesujące jest to, że ów współsługa błaga go tymi samymi słowami, których on sam chwilę wcześniej użył wobec króla: „Miej cierpliwość nade mną, a oddam ci” (Mt 18,29). On jednak „kazał go wtrącić do więzienia”.

Teraz obraz ten jest już znacznie jaśniejszy. Poprzez chrzest narodziliśmy się na nowo z góry (por. J 3,3) i otrzymaliśmy przebaczenie za tę decyzję Adama, która opowiadała się za „ja” człowieka pozbawionego relacji z „Ty” – którym jest Bóg – dzięki Tchnieniu (por. Ef 2,1-4). Przebaczenie jest właśnie tym odrodzeniem, w którym otrzymujemy udział w samym życiu Ojca w Jego Synu (por. 2 P 1,4). Duch Święty wylewa w nas miłość Ojca (por. Rz 5,5), abyśmy rzeczywiście mogli żyć jako synowie w naszej ludzkiej naturze i uczestniczyć w sposobie życia, który ma Chrystus.

Nowością jest więc agapē, która stanowi życie, zōē, w którym narodziliśmy się na nowo.

Ale nie tylko: w Ojcu, Synu i Duchu Świętym agapē utożsamia się z miłosierdziem i przebaczeniem.

„Błogosławiony Bóg i Ojciec Pana naszego Jezusa Chrystusa, Ojciec miłosierdzia i Bóg wszelkiej pociechy” (2 Kor 1,3).

„Chrystus Jezus przyszedł na świat zbawić grzeszników” (1 Tm 1,15).

Albo, jak mówi modlitwa absolucji w rycie rzymskim:

„Boże, Ojcze miłosierdzia (por. 2 Kor 1,3), który pojednałeś ze sobą świat (por. 1 Tm 1,15) przez śmierć i zmartwychwstanie swojego Syna i zesłałeś Ducha Świętego na odpuszczenie grzechów (por. J 20,22-23)…”

Życie Osób Boskich jest agapē, która urzeczywistnia się w miłosierdziu i przebaczeniu.

Dlatego jest oczywiste, że życie – zōē – które zostaje nam udzielone w chrzcie, a następnie jest karmione i konstytutywnie umacniane przez sakramenty, rozpoznaje się w przebaczeniu, którym dzielimy się z tymi, którzy wyrządzają nam zło, ponieważ sami jako pierwsi otrzymaliśmy przebaczenie.

Człowiek jest ukonstytuowany przez przebaczenie i w przebaczeniu przeżywa swoją prawdę jako syn.

Rzeczywiście, współsłudzy tego, który prosił o cierpliwość wobec swojego długu stu denarów i który był zagrożony uduszeniem przez sługę, któremu darowano ogromny dług, poszli opowiedzieć o wszystkim królowi.

Dla nich było oczywiste, że otrzymanego przebaczenia nie można nie przekazać innym.

Bóg nam przebaczył i sprawił, że narodziliśmy się na nowo w Jego miłości. Jeśli jednak my ponownie wybieramy życie według sposobu, który istniał przed chrztem, Bóg, właśnie dlatego, że jest miłością, nie może nas do niczego zmusić.

To my sami wychodzimy z Jego życia – które jest agapē i miłosierdziem – przez które rzeczywiście sprawił, że narodziliśmy się na nowo.

Dlatego ów sługa, któremu przebaczono, lecz sam nie udzielił przebaczenia, pozostaje poza miłością, a zatem poza życiem.

 

„Kto nie przebaczył całkowicie temu, kto upadł, i nie przedstawił Bogu serca oczyszczonego ze smutku, rozjaśnionego światłem pojednania z bliźnim, nie otrzyma łaski dóbr, o które się modlił, i przez sprawiedliwy sąd zostanie wydany na pokuszenie i Złemu”

(Maksym Wyznawca, De Oratione Dominica).

 

„Błogosławieni miłosierni, albowiem oni miłosierdzia dostąpią” (Mt 5,7).

„Bądźcie miłosierni, jak Ojciec wasz jest miłosierny” (Łk 6,36).

Styl Kościoła nie może być inny niż styl miłosierdzia, jeśli rzeczywiście żyje On życiem Ducha Świętego i jeśli naprawdę jest Ciałem Chrystusa.

„Bądźcie dla siebie nawzajem dobrzy i miłosierni! Przebaczajcie sobie nawzajem, tak jak Bóg wam przebaczył w Chrystusie” (Ef 4,32).

Kiedy bowiem zwracamy się do Boga Ojca modlitwą, której nauczył nas sam Chrystus, wyraźnie mówimy, że Jego ostateczne przebaczenie zależy całkowicie od tego, jak my przebaczamy w ciągu lat naszego życia:

„I odpuść nam nasze winy, jako i my odpuszczamy naszym winowajcom” (Mt 6,12).

Dla każdego ochrzczonego troska o życie duchowe oznacza troskę o relacje, aby były one wyrazem życia agapē, które tworzy komunię.

Jeśli nie jesteśmy zakorzenieni w agapē, całkowicie bezużyteczne staje się wszystko inne, co zamienia się w jałowy teatr religii.

Jak więc można żyć sakramentem kapłaństwa Chrystusa albo sakramentem małżeństwa, jeśli nie jest się zakorzenionym w życiu Chrystusa?

Pozostaje wtedy jedynie forma, która nie ukazuje i nie świadczy o Chrystusie, który w nas mieszka i w którym doświadczyliśmy przebaczenia.

 

ZIARNA są rubryką Centro Aletti udostępnianą w każdą środę.
Każdego tygodnia, oprócz homilii niedzielnej w formie audio, na stronie LIPA będzie do dyspozycji pogłębienie czytań liturgicznych z eucharystii niedzielnej bądź świątecznej