Approfondimento delle letture della liturgia della III Domenica di Pasqua, Anno A

[SEMI] III Domenica di Pasqua (Anno A) 2

Per comprendere bene il brano dei discepoli di Emmaus, bisogna vedere come Luca presenta la morte di Cristo.
L’elemento principale che esprime la malvagità dei capi religiosi e dei capi dei Giudei è la notte, sono le tenebre.
“Ogni giorno ero con voi nel tempio e non avete mai messo le mani su di me; ma questa è l’ora vostra e il potere delle tenebre” (Lc 22,53).
L’ora vostra, l’ora del vostro potere, della vostra autorità.
È l’ora delle tenebre. La vostra autorità è la tenebra.
Dal mezzogiorno fino alle 15 il sole si era eclissato (cf Lc 23,44).
La cattiveria umana coinvolge il creato nelle tenebre.
Il sole stesso esprime ciò che dice Paolo ai Romani, che il creato testimonia la caducità (cf Rm 8,20).
Il sole dice ciò che sta succedendo a causa della cattiveria umana.
“Bada dunque che la luce che è in te non sia tenebra” (Lc 11,35).
Dio Padre ha mandato suo Figlio proprio per aprire una via di luce nelle tenebre.
Infatti sta scritto: “Un sole che sorge dall’alto,
per risplendere su quelli che stanno nelle tenebre
e nell’ombra di morte, e dirigere i nostri passi
sulla via della pace” (Lc 1,78-79).
È interessante questo nesso tra quelli che stanno nelle tenebre e l’ombra di morte.
La malvagità, il male, la cattiveria umana è veramente legata alla morte, produce la morte, viene dalla morte, perché viene dal peccato e porta alla morte.
I due discepoli di Emmaus faranno vedere che non è così automatico questo passaggio dall’ombra di morte, dalle tenebre, ai passi che fanno il cammino nella pace.
Le tenebre sembrano prevalere sul sole, sulla luce. E il conflitto, cioè lo scagliarsi contro – termine che viene usato da Luca per esprimere la discussione tra i due discepoli – sembra essere più potente dei passi sulla via della pace.
Ma, proprio in tale clima di tenebre e di martirio, nella non accoglienza del dono, Cristo chiama “ad alta voce”.
Proprio quando il dono di sé agli uomini, all’umanità intera fa manifestare l’uomo così com’è, proprio in quel momento esclama “ad alta voce”.
Quanto è vero ciò che dice Berdjaev che quando ci si affida, quando ci si dona all’altro, l’altro si manifesta veramente e si può manifestare in modo feroce, crudele e accusatore.
Ma proprio il dono di Dio, il suo affidamento totale all’umanità manifesta l’umanità.
E questo rivela uno scenario tragico, perché spesso proprio l’umanità che più ci tiene alla religione è la più violenta.
Proprio in questo istante dell’agonia di Cristo, Cristo manifesta che persino un romano, Pilato, non trova in lui ciò di cui viene accusato, anche se poi non riesce a fermare il potere delle tenebre.
Ma Cristo in quest’ora delle tenebre manifesta l’umanità nuova, il nuovo modo di essere uomo.
Lui si dona agli uomini nella sua consegna al Padre. Lui si dona agli uomini nella sua fiduciosa consegna al Padre.

Il Padre lo ha mandato per essere consegnato.
Il comandamento del Padre è di dare la vita (cf Gv10,18) e questo comandamento è la vita eterna (cf Gv 12,50).
Anche lui ha passato la strettoia. Ricordiamo: “Padre, se puoi allontana da me questo calice”. Però in Lui vince l’amore: “Padre, non ciò che voglio io, ma ciò che vuoi tu” (Mc 14,36).
Perché “Io e il Padre siamo una sola cosa” (Gv 10.30) e nessuna cosa ci può separare, tanto meno la morte, perché la morte avverrà nel dono di un amore totale, nella fiducia assoluta, filiale e paterna.
“Come il Padre ha amato me, anche io ho amato voi” (Gv 15,9).
Ecco il punto fondante: Cristo vive le tenebre nell’amore con il Padre, e questo lo rende “dono”, amore per gli uomini.

Nel momento più terribile e tragico, Luca toglie ogni aspetto di tragedia, e in questo si differenzia dagli altri due sinottici.
Nessun grido dolente, ma “ad alta voce” Cristo esprime la verità dell’evento che vive: “Padre, nelle tue mani affido il mio spirito. Detto questo spirò” (Lc 23,46).
La sua morte, l’evento dell’amore, l’evento della consegna, l’evento della fiducia nella volontà del Padre: questa, secondo Luca, è la morte di Cristo.

In tutte le preghiere che Cristo fa nel Vangelo di Luca c’è questa fiducia filiale nel Padre (cf. Lc 10,21; 11,2; 22,42).
La morte non è per Gesù una tragica fine, ma l’evento dell’affidamento al Padre per mezzo della storia, dell’umanità decaduta.
Ed è per questo che è venuto: “Non sapevate che devo occuparmi delle cose del Padre mio?” (Lc 2,49), dice già all’inizio di questoVangelo.
Tutta la sua vita si legge solo nella relazione filiale d’amore col Padre e dell’amore del Padre col Figlio.

Invece, i due discepoli di Emmaus sono dentro la mentalità che si è elaborata a partire dalla vita dopo la caduta, non più fondata sulla relazione d’amore che Dio mantiene e fonda con l’uomo. Perciò si sono fermati alla morte, evento che azzera tutto.
La morte azzera tutto, relativizza tutto, rende l’esistenza tragica e fonte perenne di delusione.
I due discepoli sono due individui che camminano, anche se sono discepoli di Cristo.
Sono due individui che non riescono ad andare oltre la propria mentalità, che è quella condivisa con il mondo, addirittura col potere delle tenebre, anche se pensano di stare fuori e di essere colpiti da queste tenebre.
È per questo essere colpiti che si riempiono di delusione.
No, senza conoscenza esperienziale di Dio Padre non possono cogliere e riconoscere il Cristo risorto.
Forse non è forzato il passaggio alla cultura, anche dentro la Chiesa, che con una certa filosofia e un certo modo di ragionare, di pensare, con una certa metafisica pian piano si è scordata la paternità di Dio e la figliolanza dell’uomo nel Cristo risorto.
Noi possiamo essere cristiani così come loro due erano discepoli di Cristo.
Infatti loro non riescono a superare la mentalità, il pensiero e la visione della tragedia e della morte e così anche noi cristiani possiamo rischiare la stessa cosa. Da un’idea di Dio prevalentemente razionale, filosofica, stile ”essere assoluto”, cercare di disegnare Dio Padre può portare a creare un’immagine molto rischiosa, molto problematica.
Da questa immagine l’uomo cercherà di liberarsi, perché esprime piuttosto l’idea di un padrone, anziché quella dell’amore misericordioso del Padre della rivelazione.
E il problema odierno – come tante volte ripete papa Francesco – è proprio la misericordia.
Ma poi ci si trova in una società senza padri, perché è in Dio Padre che è fondata ogni generazione e ogni paternità, come dice Paolo agli Efesini (cf Ef 3,14).
Se non abbiamo l’esperienza di Dio Padre, ma piuttosto quella di un “essere assoluto”, è facile che anche la paternità umana, che dovrebbe essere espressione di quella celeste, porterà l’umanità a fuggire da questa paternità.
Ma senza paternità non c’è via oltre la morte.
Si rimane nell’impero della morte, senza orientamento, senza direzione, senza affidamento d’amore, senza fiducia fondata e mossa dall’amore, perché un amore fedele è incrollabile.
I due non possono riconoscere il Figlio. E, fermi alla morte, alla depressione, delusi, non vedono il senso della morte sulla croce.
Solo nello spezzare il pane, quando si mangia la sua presenza, quando si diventa carne del suo corpo risorto, quando ci si nutre della sua vita, si comincia a comprendere e a vedere veramente.
Senza la discesa dello Spirito Santo sul pane che poi si mangia per diventare carne del suo corpo risorto, partecipi della sua vita, del suo modo di essere, non si riesce a rinnovare il modo di pensare, di vedere e di giudicare.
Infatti, solo dopo i discepoli capiscono la sua parola, attraverso il calore della luce che sentono nel cuore.
Dopo lo spezzare del pane, con la partecipazione alla vita del Risorto, si dischiude per loro la vita come comunione e per questo corrono a Gerusalemme verso i fratelli, per unirsi a loro, per portare l’annuncio.
È sempre dal compimento che si capisce l’oggi e ciò che ci tocca vivere nelle situazioni in cui ci troviamo. È solo dal compimento, ma noi attingiamo questo compimento solo dall’Eucaristia, come i due discepoli di Emmaus.
È allora che Cristo passa dall’esterno all’interno, vive dentro di noi.

 


SEMI è la rubrica del Centro Aletti disponibile ogni venerdì.
Ogni settimana, oltre all’omelia della domenica in formato audio, sarà disponibile sul sito LIPA un approfondimento delle letture della liturgia eucaristica domenicale o festiva.